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Novelle

Lettera al direttore

Signor direttore, le scrivo per denunciare un abuso di cui sono vittima ormai da lungo tempo, ovvero, quel particolare atteggiamento che voi, utilizzando un termine di fattura straniera, definite: mobbing. So bene che si tratta di un abuso tanto comune quanto banale, ma il mio caso ha una particolarità che credo possa renderlo degno della sua attenzione: io sono la Morte.

Cominciai a lavorare per voi derivati del carbonio circa tremilacinquecento, quattromila milioni di anni or sono — anno più, anno meno; in quel periodo, la Terra era molto diversa da come la vedete adesso: c’eravamo solo io, la Luna (anche lei arrivata da poco) e una quantità incredibile di batterî, che sguazzavano nelle prime distese d’acqua del Pianeta. Io e la Luna facemmo subito amicizia; un po’ perché non c’era assolutamente nessun altro con cui parlare, un po’ perché scoprimmo di avere molte cose in comune. «Sia io che te abbiamo due facce,» mi diceva sempre. «Ma mentre una è visibile a tutti, l’altra non la può vedere nessuno, finché rimane sulla Terra.»
Anche oggi, a volte càpita che la gente ci confonda, ma credo sia normale: io e la Luna abbiamo passato molto tempo insieme e, a lungo andare, abbiamo finito per somigliarci sempre di più.

Il periodo che va dalla comparsa delle prime, rudimentali forme di vita fino all’arrivo dei primi animali degni di questo nome, fu lungo, noioso e frustrante. Adesso non le saprei dire con precisione quanto durò questa fase di start-up, perché è molto difficile valutare il passaggio del tempo quando non hai nulla intorno a te che indichi lo scorrere delle stagioni, se non il lento spostamento dei continenti; a occhio, comunque, direi qualcosa come due miliardi di anni. Lei non può capire, signor Direttore, quanto possa essere noioso occuparsi di batterî per due miliardi di anni. Non so come spiegarle.. Si immagini che tutto il Pianeta sia coperto di monetine da un centesimo e che lei debba rovesciarle tutte, a una a una, ma non in ordine: prima una qui, poi una dall’altra parte del Globo, poi una al Polo Sud, poi una all’Equatore. E quando le ha rivoltate tutte, deve ricominciare daccapo. Per due miliardi di anni. Lei lo sa, signor Direttore, quanti sono, due miliardi di anni? Il calendario della vostra civiltà (chiamiamola così), ha da poco raggiunto il secondo migliajo e a lei, questo, sembra certamente un lungo periodo di tempo; ma si immagini di dover rivivere tutto ciò che c’è stato dalla pubblicazione della “Ars Amatoria” di Ovidio alla chiusura della centrale nucleare di Chernobyl — la crescita e la caduta dell’Impero romano, il Medioevo, il Rinascimento, la scoperta dell’America, la Rivoluzione francese e tutta quell’incredibile varietà di guerre, battaglie e scaramucce che siete riusciti a organizzare nel poco tempo che avete avuto a disposizione.. Si immagini tutto questo, signor Direttore, e lo moltiplichi per un milione: ecco, quello è il tempo che io ho passato a occuparmi dei batterî. Calcolando per difetto.

Dopo questi due miliardi di anni, le cose finalmente cominciarono a migliorare e comparvero delle forme di vita un po’ più interessanti di quei maledetti procarioti. Niente di eccezionale, intendiamoci: ma quando hai passato il Precambriano facendo il rodeo con i batterî, le assicuro che anche un’alga o una medusa rappresenta un piacevole diversivo. Questa tendenza positiva continuò per qualche centinaio di milioni di anni, tanto che io, ingenuamente, mi illusi che i problemi fossero finiti, ma mi sbagliavo, perché, di lì a poco, cominciarono le estinzioni di massa. La prima fu circa cinquecento milioni di anni fa: c’erano voluti tre miliardi di anni per produrre quelle poche migliaia di specie che popolavano il Pianeta e in meno di un milione di anni ne dovetti ritirare dal mercato l’85%, facendomi, mi perdoni l’espressione, un culo così.

E quella non fu che la prima di una lunga serie: una volta era per il freddo, poi per le emissioni gassose dei vulcani, un’altra volta ancora per il solito asteroide che, con tutto l’Universo a disposizione, veniva a schiantarsi proprio qui.. Il vostro è un gran bel Pianeta, signor Direttore, ma le assicuro che se avessi saputo delle estinzioni di massa, avrei chiesto di essere assegnata a un’altra sede. Le dico solo che, saranno un duecentocinquanta milioni di anni fa, proprio a séguito di un’estinzione di massa, mi è toccato ritirare dal mercato il 96% degli articoli da mare in meno di tre milioni di anni: se la immagina, che sfacchinata? Nella vostra iconografia io sono spesso rappresentata come uno scheletro, il che è piuttosto lontano dalla realtà, ma alla fine di quel tour-de-force non è che il mio aspetto fosse molto più florido. Senza contare il risvolto emotivo della cosa, ovviamente; perché saranno anche bestie, ma uno, alla lunga, ci si affeziona e doverle cancellare dalla faccia della Terra, poi, gli dispiace. Ricordo ancora che pianto mi feci, quando mi occupai dell’ultimo dinosauro; pensavo che non ci sarebbe stato più niente di simile, che nessuna specie mi avrebbe potuto mai dare le gioje e le emozioni che mi avevano dato loro negli ultimi centoquaranta milioni di anni. Quando hai visto un tirannosauro ruggire trionfante dopo la cattura di una preda, mi dicevo, che gusto puoi trovare, in una scimmia? Cambiai idea la prima volta che vidi una di quelle “scimmie” dipingere.

In realtà, avevo già notato quelle strane macchie sulle pareti delle loro caverne, ma non gli avevo prestato grossa attenzione: pensavo fosse un sistema per marchiare il territorio, per distinguere un rifugio dall’altro; un bel giorno, però, andai in una grotta a prendere un esemplare che era rimasto gravemente ferito durante la caccia e, quando fui lì, mi accorsi che un altro membro del branco stava facendo degli strani segni sulla parete di roccia. Mi avvicinai a lui per vedere meglio (tanto, il mio assistito non sembrava avere grossa fretta di andarsene) e scoprii così che quelli che io avevo scambiato per segni casuali, erano in realtà delle figure che ritraevano gli eventi appena trascorsi: la caccia, l’uccisone della preda e del suo compagno. Fu l’ultima volta che pensai a loro come a delle scimmie. Non le nego che vedere quelle immagini mi fece una grande impressione: in quasi tre miliardi di anni, quella era la prima volta che qualcuno dimostrava di essersi accorto di me. Fu commovente. Non che io ci tenga ai riconoscimenti, ovviamente: per dei professionisti come lei e me, la soddisfazione di far bene il nostro lavoro è una ricompensa sufficiente; ma provi a immaginarsi come si sarebbe sentito lei, se, dopo tre miliardi di anni che pubblicava il suo giornale nella più totale indifferenza, finalmente avesse visto qualcuno che ritagliava un suo articolo e se lo appendeva al muro.. Anche lei si sarebbe emozionato, no? Da allora, sono state innumerevoli, le opere che la sua specie mi ha dedicato. Potrei farle migliaia di esempî, anche escludendo le opere che voi non conoscete a causa della pigrizia e dell’indolenza dei vostri archeologi. Indubbiamente, se le parlassi del Ghaart, o dell’ Ükkutei Nor (andati perduti nell’incendio della biblioteca di Pergamo: quante gliene dissi, a Marco Antonio..), lei potrebbe pensare che io stia barando, che mi stia inventando dei titoli per comprovare la mia affermazione, ma se le parlassi di Gilgameš, come potrebbe negare che il più antico poema epico della vostra letteratura abbia me, come protagonista? Ci pensi, signor Direttore: è con me, che Gilgameš combatte la sua battaglia più dura; sono io, l’unico avversario che il re semidio non riesce a sconfiggere.

Riprendo la stesura di questa lettera dopo un’interruzione dovuta alla più bizzarra delle coincidenze. Giusto l’altro giorno mi è capitato di servire un premio Nobel per la Letteratura (quello con nome e cognome che, nella vostra lingua, sono una domanda e una risposta) e così, parlando del più e del meno, è uscito fuori che lui, qualche anno or sono, ha scritto un libro nel quale ipotizzava che io mi mettessi in sciopero e che — guardi, alle volte, il Caso —, scrivessi una lettera al direttore della Televisione Nazionale, per spiegare le mie ragioni. Si può ben immaginare, signor Direttore, il mio stupore, nel sentirgli dire ciò. Non mi riferisco, ovviamente, all’ipotesi di un mio sciopero, evento tanto improbabile quanto uno sciopero dei sacerdoti, ma al fatto che, nel suo libro, lo scrittore preconizzasse questa mia lettera di protesta. Stando così le cose, per non ripetere cose già dette — e dette sicuramente meglio, vista la levatura dell’autore —, mi sono procurata il suddetto libro, l’ho letto da cima a fondo e posso dirle adesso che i miei timori di aver commesso un plagio involontario erano del tutto infondati. L’opera del vostro simpatico letterato è una magnifica allegoria fiabesca, che, come spesso accade alle favole, descrive la realtà con maggior precisione di quanto possano fare le cronache più accurate, ma che non ha nulla a che vedere con l’oggetto della mia protesta.

Da un certo punto di vista, anzi, se le cose stessero così come le racconta il libro, io non avrei nulla di cui lamentarmi, perché, nel libro, “morte” (si firma senza articolo e con l’iniziale minuscola) è un Ente temuto e rispettato dal popolo, dai governanti e perfino dai Re: tutti, nel Paese immaginario in cui è ambientata la storia, sanno perfettamente che, o prima o poi, dovranno ricevere la sua chiamata e ad essa non avranno modo di sfuggire. Ma, come ho detto, è solo una favola. Si guardi intorno, signor Direttore, e mi dica chi, al giorno d’oggi, ha paura della morte. Tranne poche, luminose eccezioni, tutti, dal popolo ai governanti (e ai Reali, laddove la Costituzione li prevede) si comportano come se non dovessero morire mai, come se lo scorrere del Tempo fosse qualcosa che si può ingannare con delle creme o con la chirurgia estetica. Non escludo che la notte, negli attimi o nelle ore che precedono il sonno, quando non si ha nient’altro da fare che restare distesi al buio con gli occhi chiusi, sorta di prova generale del gran giorno e degli eoni a seguire, nell’animo di questi individui possa tornare a insinuarsi il vecchio timore ancestrale della Fine, ma, al risveglio, questa coscienza della propria transitorietà svanisce e le loro azioni ne risultano del tutto immuni. La vostra “cultura” (mai il significato originale di un termine è stato tanto stravolto), impone di fatto l’ignoranza della Morte. Passate la vita concentrandovi su eventi improbabili — diventerò una rock-star, vincerò alla lotteria, mi congiungerò carnalmente con questo o quella — e perdete di vista l’unico dato certo di cui disponete: o prima o poi, morirete.

È inutile e indegno di lei, signor Direttore, indulgere ora in gesti apotropaici: non le ho detto che si romperà una gamba, o che le ruberanno l’automobile. Queste, sì, sono jatture che è possibile allontanare con la scaramanzia o con l’attenzione; la morte no. Per dimostrarle l’assoluta novità di questo vostro insensato atteggiamento mentale, non ho bisogno di risalire troppo indietro nel tempo o di nascondermi nella nebbia delle antiche religioni asiatiche.

Laudato si’ mi Signore, per sora nostra Morte corporale
da la quale nullu homo vivente po’ skappare

Questo scrivevano i vostri Santi, solo pochi anni or sono; questi erano i frutti di una cultura (noti l’assenza delle virgolette) millenaria, incentrata sulla consapevolezza dei proprî limiti terreni. Una cultura planetaria, signor Direttore, dacché il timore della morte è una caratteristica comune a tutte le civiltà che si sono avvicendate su questo pianeta. Tutte, tranne la vostra; paradossalmente, la globalizzazione vi impone di ignorare l’unica cosa più globale dei Mc Donald’s e della Coca Cola: me. Io non pretendo che facciate come gli Egizi, che valutavano il poco tempo passato in Terra solo un modo per essere ricordati nel molto tempo che avrebbero passato nell’Aldilà (anche perché, molte delle iscrizioni sui loro sepolcri, che ricordano i numerosi atti di benevolenza del defunto, sono altrettanto false delle frasi: “padre e marito esemplare” su alcune delle vostre lapidi) e non mi aspetto nemmeno che organizziate delle offerte “prendi uno, porti via due”, come la Sati indiana, ma, certo, un minimo di considerazione credo di meritarmelo. E se non volete farlo per me, fatelo per voi, signori miei, perché negando la mia esistenza, negate anche la persistenza del vostro nome nei tempi che verranno e, mi creda: la morte sociale è ben peggio, della morte fisica; prova ne sia che, in tutti i tempi, gli uomini di potere hanno sempre cercato di tramandare il proprio nome alla Storia con le loro opere e con edifici che ne fossero il simbolo.

Dove sono, le vostre piramidi, signor Direttore? cosa resterà dei potenti del vostro tempo? cosa lasceranno, dietro di sé, queste persone, oltre a ville, barche e puttane? quale sarà l’esempio che daranno al loro popolo? I monumenti non servono solo a ricordare le gesta o le virtù di un condottiero, ma sono anche un esempio per coloro che verranno, uno sprone alla loro virtù..

Si chieda, allora: quando i vostri nipoti si guarderanno indietro, cosa vedranno? Glielo dico io: nulla. Avete capacità impensabili, solo poche centinaja di anni or sono, ma le sfruttate solo per aumentare il numero dei vostri vizî. Lei avrà certamente sentito la gente dire che: “non si può più andare avanti così”, ma, ne sono certa, non ha mai sentito nessuno dire: “Io non posso andare più avanti così” e non l’ha sentito perché la gente è convinta che avrà comunque modo di aggiustare le cose; che qualunque sia lo sbaglio che fa oggi, la mollezza in cui indulge, avrà un domani in cui porvi rimedio. Purtroppo, però, non è così, perché il mio tempo arriva quasi sempre prima di quel domani salvifico in cui tutti confidano. E quando porto via il peccatore, lascio i suoi errori e i suoi peccati qui, sulla Terra. Ora non ricordo chi abbia detto che, così come l’epoca vittoriana aveva il tabù del sesso, la vostra cultura ha il tabù della morte, ma, mi creda: aveva ragione. Al giorno d’oggi, il mio lavoro o viene del tutto nascosto come la peggiore delle attività clandestine, o viene mercificato come elemento spettacolare, privandolo della sua dignità. Anche qui, gli esempî che le posso portare sono migliaja: lo sapeva, per esempio, che nella prima versione de Le damoiselles d’Avignon, Picasso aveva messo un teschio, al centro del quadro? Poi, però, l’ha coperto, degradando la sua opera da allegoria dell’esistenza a rappresentazione di un gruppo di meretrici. Perché dovrebbe averlo fatto, secondo lei, se non per una strana forma di pudore? Un altro bell’esempio è quella trasmissione televisiva che gode di buon successo ultimamente: quella con il medico storpio e drogato a cui portano dei pazienti con malattie stranissime e lui trova sempre la diagnosi giusta — di solito, dopo averne sbagliate almeno un pajo.

L’ha mai vista, quella trasmissione, signor Direttore? io sì: ho acquistato i DVD delle prime sei stagioni e le posso dire che quelle storie riflettono alla perfezione il vostro modo di concepire il mio ruolo, dacché non c’è puntata in cui uno dei protagonisti non se ne esca con una battuta come: La morte è orribile, Le morte è dolorosa, Io combatto la morte e decine di altre frasi simili che sono tanto oltraggiose quanto false, dacché l’entità di cui si parla — dolorosa, orribile, nemica — non è la morte, ma la malattia. Dolore e orrore sono esperienze sensoriali, signor Direttore, mentre la morte, per definizione, è la cessazione di ogni esperienza sensoriale, ergo, anche del dolore e dell’orrore. Quando mi porto via uno dei vostri malati, dovreste ringraziarmi, salutare il mio arrivo con balli e canzoni, come facevano i lebbrosi dell’isola di Molokai, altro che combattermi. Ora, io posso anche capire che a uno scrittore televisivo possa sfuggire una simile sottigliezza, ma i consulenti medici della serie, loro, dovrebbero sapere che ciò che un medico può (e deve) curare non è la morte, ma la malattia: perché non correggono questo malinteso? Ci sono solo due possibili risposte: o non lo sanno, o ce l’hanno con me. La prima ipotesi è impossibile, quindi, non resta che la seconda: ce l’hanno con me.

E come loro, tutti gli altri. Un tempo, quando qualcuno moriva, non dico che si facesse una festa, ma insomma, era un momento solenne, con tutta la famiglia raccolta al capezzale del morente, bambini inclusi. Addirittura c’era chi, scoprendo che c’era un moribondo in questa o quella casa, vi si recava in visita con i bambini, perché si familiarizzassero il prima possibile con qualcosa che, all’epoca, era ancora ritenuto naturale.

Cosa succede in vece, adesso, tanto nella finzione che nella realtà? che il morto è isolato, nascosto ai suoi cari (e i suoi cari a lui), quasi fosse un mostro che si sta preparando a compiere chissà quale nefandezza.

Fino a poco tempo fa, non si nascondeva a chi stava per morire la gravità delle sue condizioni, ma, al contrario, lo si avvisava, affinché potesse disbrigare le ultime faccende terrene e lasciare questo mondo consapevolmente e dignitosamente; oggi, al contrario, chi muore non lo sa, che sta per morire. O meglio: lo sa, perché mi vede, sono lì, ma tutte le persone intorno a lui, medici o parenti che siano, gli dicono il contrario. Perché? Vogliono forse fargli una sorpresa, o, molto più probabilmente, si vergognano di me? È così, signor Direttore: vi vergognate di me, così come i vostri bis-nonni si vergognavano del sesso. E, come loro, alla vergogna pubblica affiancate la curiosità privata. Nel XIX secolo avevano le stampe e i dipinti licenziosi; voi avete le immagini macabre sui mezzi di comunicazione e gli incidenti nella corsia opposta. Interrogati in proposito, negate anche il minimo interesse, ma i dati di vendita e le code sulle strade smentiscono le vostre affermazioni.

A questo punto, lei si chiederà che cosa voglio, perché le stia raccontando tutto questo. È presto detto: ciò che voglio, o meglio, che desidero, dacché non ho la forza contrattuale per imporre il mio volere, è che la sua specie smetta di ignorarmi e di far finta che io non esista. Questo boicottaggio è ingiusto nei miei confronti e del tutto autolesionista per voi, perché vi costringe a sprecare la vita inseguendo dei miraggi che non raggiungerete mai. E anche laddove riusciste, per tenacia o qualità personali, a conseguire il risultato atteso (diventare una rock-star, vincere alla lotteria, congiungervi carnalmente con questo, quella o entrambi), scoprirete immancabilmente che il gioco non valeva la candela della vostra vita, ormai, quasi del tutto combusta. Non mi crede, signor Direttore? allora faccia un po’ il conto di quanti uomini e donne di “successo” siano dediti all’alcol, alle droghe o a una qualsiasi altra attività autodistruttiva. Hanno tutto ciò che si suppone debba rendere la vita migliore; pure, non sono felici: perché? La realtà è che voi non volete ignorarmi, ma avete bisogno di ignorarmi, perché, altrimenti, l’insensatezza delle vostre vite diventerebbe evidente e innegabile. Chi dedica la propria esistenza ad accumulare fortune che saranno poi sperperate dai suoi discendenti, chi si rinchiude volontariamente nella prigione di un ufficio, chi baratta il suo amor proprio per una firma su un contratto, non deve prendere coscienza della propria transitorietà, perché, se lo facesse, andrebbe contro agli interessi della società. Quando prima le ho detto che i medici ce l’hanno con me (e, come loro, tutti gli altri), non mi riferivo alla semplice antipatia, ma alla necessità di sminuire il mio ruolo per dare un senso al proprio, o per nascondere i proprî errori. Mi creda: non mi fa piacere ritirare dal mercato i vostri giovani, in anticipo rispetto ai modelli più vecchi, ma non sono io a farli morire in guerra o in un incidente stradale il sabato sera: sono i vostri governanti, le vostre multinazionali, i vostri assurdi valori decadenti. Mentre le Leggi hanno un valore e un’evidenza intrinseca, le regole sbagliate hanno sempre bisogno di uno spauracchio che le giustifichi; io sono lo spauracchio che giustifica le vostre assurde regole di vita. Ve la prendete con me quando morite, ma è come accusare della fine delle vostre ferie il facchino dell’albergo che viene a prendervi le valigie. Del resto, me lo dica lei, signor Direttore: a chi giova di più, la vostra smania di vivere a lungo? alle migliaja di vecchi parcheggiati negli ospizi o, piuttosto, a chi quegli ospizi gestisce? Quanto rende, una persona sopra ai settant’anni all’industria farmaceutica? Morire al momento giusto è di fondamentale importanza, signor Direttore. Io non posso dirle perché, ma lei lo può intuire se pensa all’Esistenza come a uno dei vostri film, di cui ogni vita sia una scena — che non deve essere né troppo corta, perché darebbe un ritmo frenetico alla narrazione, né troppo lunga, perché la renderebbe nojosa. Ciascuno di voi, mi creda, capisce perfettamente quando è arrivato il momento di andarsene, ma quasi tutti tendono a procrastinare quel momento, preferendo un declino e una sofferenza certi a un’alternativa ignota.

Lo fate perché pensate che sia questa, la cosa giusta da fare: che combattere la morte, come il suddetto medico drogato, sia l’uso migliore che potete fare del vostro intelletto, ma questo è un atteggiamento del tutto innaturale, che vi è stato inculcato, in malafede, dai libri, dal cinema e dalla televisione. La cosa più incredibile, in tutto ciò, è che anche le persone che lucrano (a mio danno) sulla vecchiaja, o prima o poi, saranno vecchie e dovranno sottostare quindi alle regole insane che essi stessi hanno contribuito a diffondere. Qualcuno me lo porterò via per un infarto, d’accordo, ma la maggior parte la vedrò avvizzire all’ombra di un platano, con i pantaloni del pigiama rigonfi del pannolone o della prostata. Vissuti per anni nella loro menzogna, la crederanno ormai vera e preferiranno vivere così, che morire. Il problema è che, poi, moriranno comunque: soli, in un letto di ospedale, circondati dall’odore di merda e crema emolliente: un destino che solo qualche centinaio di anni fa sarebbe sembrato orribile e che adesso, al contrario, è normale.

Mi accorgo di aver scritto molto più di quanto fosse mia intenzione, ma la prego di credere che non l’ho fatto per me, bensì per voi: sono molto affezionata alla vostra specie e, come le ho detto, devo a voi i migliori ricordi di questa lunga missione sul vostro Pianeta, perciò, mi addolora vedervi vanificare milioni di anni di evoluzione per poche ore di piacere effimero.

Non so che esiti potrà avere questa mia lamentazione e non mi aspetto certo che possiate prendermi in simpatia solo perché ve lo chiedo: mi rendo perfettamente conto che, dal vostro punto di vista, io posso apparire come un nemico, anche se le assicuro che è tutto il contrario. Spero però che questa lettera possa essere il primo passo verso una nostra futura riconciliazione che, a me, risulterebbe assai gradita, ma che per voi, come spero di averle dimostrato, è assolutamente necessaria. Capisco di non chiederle una cosa da poco e so che, per seguire i miei consigli, voi dovreste abiurare buona parte dei vostri convincimenti, ma, non ostante tutto, non posso fare a meno di essere ottimista: la sua specie mi ha abituato a prodigi ben più grandi e se anche per tornare in armonia ci volessero mille anni, sarebbero nulla, in confronto al piacere che ne trarrei.
Posso permettermi il lusso di aspettare.

Pubblicato: 10-12-2010