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Novelle

Bianco Natale

Quando il bambino Carletto si svegliò, pochi minuti dopo la mezzanotte del 24 Dicembre, guardò la sveglia sul comodino e si accorse che — come abbiamo appena detto — era da poco passata la mezzanotte e che quindi, almeno tecnicamente, era Natale. Fuori dalla finestra, la neve, che aveva cominciato a scendere intorno all’ora di cena, aveva già coperto tutto il giardino e attutiva il rumore della Statale 472 “Bergamina” al di là di esso; con un impeto di lirismo, del tutto anomalo per il suo carattere e dovuto probabilmente all’atmosfera natalizia, il bambino Carletto pensò che la neve è silenziosa e che rende silenzioso tutto ciò che tocca.
Al di là della porta aperta, il bambino Carletto poteva vedere le luci intermittenti dell’albero di Natale illuminare i muri della scala che portava dal salone del piano terra alle camere del primo piano dove dormivano lui e i suoi genitori. Dalla stanza a fianco, gli arrivava il russare da grande felino di suo padre e quello, appena percepibile, di sua madre, quasi che, con il loro russare, i suoi genitori volessero esprimere le rispettive personalità. Quel russare, per cui suo padre era spesso preso in giro da fratelli e amici, non dava alcun fastidio al bambino Carletto, anzi: gli conciliava il sonno perché gli dava l’impressione di essere protetto. Finché sentiva quel rumore, sapeva che suo padre gli era vicino e che sarebbe corso in suo aiuto in caso di pericolo.
Mentre aspettava di riprendere sonno — supino, con gli occhi fissi sul soffitto — il bambino Carletto pensò che quell’anno, la bicicletta nuova non gliel’avrebbe levata nessuno: non solo in pagella aveva la media del 9 con un bel 10 in condotta che compensava un misero 6 in matematica (la odiava la matematica: a lui piacevano le materie che si possono imparare a memoria, non quelle che bisognava capire..), ma aveva cominciato a comportarsi bene, ubbidendo a ogni richiesta dei suoi genitori senza fare alcun capriccio, fin dal 17 di Settembre: ben 100 giorni prima di Natale.
E sarebbe stata una bicicletta FAN-TAS-TI-CA: l’aveva specificato chiaramente, nella sua letterina a Babbo Natale, che non vole.. pardon: desiderava una bicicletta commerciale, come quella che aveva il figlio dei vicini, ma una che fosse il top di gamba, come aveva sentito dire una volta da un amico di suo padre. Le biciclette di Decathlon ce l’hanno tutti, pensò il bambino Carletto, anche i figli degli impiegati. Mio papà è un imprenditore, ha una azienda tutta sua e io non posso avere la stessa bicicletta che hanno i figli dei suoi dipendenti; se no, lui che lavorerebbe a fare, solo per pagare le tasse?
Cullandosi con questi pensieri soavi, il bambino Carletto chiuse gli occhi e si girò su un fianco. Nei rari momenti di silenzio, se aguzzava le orecchie (un modo di dire che, quando lo leggeva in una favola, gli faceva sempre pensare o Yoda di Guerre Stellari o al signor Spock di Star Trek), poteva sentire il rumore del relè che accendeva e spegneva le luci dell’albero e..
Il rumore che aveva sentito non era certamente il relè è non poteva essere nemmeno uno dei suoi genitori, che dormivano nella stanza a fianco: era chiaramente rumore di carta da pacchi! Guardò di nuovo la sveglia, cercando una pleonastica conferma al fatto che fosse già la notte di Natale e che quindi, fosse possibile che..
Il bambino Carletto trattenne il respiro e, senza aprire gli occhi — un po’ per paura, un po’ perché tenerli chiusi lo aiutava a concentrarsi sull’udito — restò in ascolto di quello che stava accadendo al piano di sotto. Per qualche secondo non si sentì nulla, poi, però, sentì di nuovo un frusciare di carta e, appena percepibile (era vero o si trattava solo di suggestione?), il tintinnio di una catena di bicicletta ancora nuova e, quindi, priva di grasso. La curiosità ebbe la meglio sul timore: il bambino Carletto aprì gli occhi e, cautamente, scese giù dal letto, badando bene di non fare rumore quando metteva i piedi in terra. Camminando a quattro zampe (pensò che, così, avrebbe fatto meno rumore, come i gatti) arrivò al ballatoio e, fatti ancora pochi passi verso la scala, guardò giù, in direzione dell’albero. Lui era lì e stava poggiando l’ennesimo pacco sotto il loro albero. Anche se in quel momento gli dava la schiena, il bambino Carletto non aveva bisogno di guardarlo in faccia per sapere chi fosse: solo una persona va in giro la notte di Natale a distribuire regali indossando un abito rosso bordato di pelliccia. Da dove si trovava, però, il bambino Carletto, non vedeva alcuna bicicletta. Possibile che si fosse sbagliato? Con il cuore che batteva all’impazzata, fece un altro passo in direzione della scala e stavolta ciò che vide gli strappò un involontario grido di stupore. Rapido, si mise la mano sulla bocca, ma non servì a nulla: Babbo Natale lo aveva sentito.
Con calma, Babbo Natale poggiò l’ultimo pacchetto sotto l’albero, poi guardò il bambino Carletto e gli sorrise.
«Ma tu sei..» balbettò il bambino Carletto.
«Sì, io sono Babbo Natale!» rispose Babbo Natale.
«Ma tu sei..» disse ancora il bambino Carletto.
«Sì sono colui che viaggia nell’aere la notte di Natale, portando doni ai bambini che si sono comportati bene.
Babbo Natale venne proprio sotto al ballatoio e indicò con aria soddisfatta il bambino Carletto.
«E tu, mio giovane amico, quest’anno ti sei comportato proprio bene: non solo in pagella hai la media del 9, con un bel 10 in condotta che compensa quel misero 6 in matematica, ma ti comporti bene, ubbidendo a ogni richiesta dei tuoi genitori e senza fare alcun capriccio, fin dal 17 di Settembre. Gli altri bambini, a malapena riescono a restare buoni in quest’ultima settimana, tu lo sei stato per ben 100 giorni! Credo proprio che quest’anno la bicicletta tu te la sia meritata!
Voltandosi su un fianco, Babbo Natale indicò con la mano aperta un punto in fondo al salone, fra l’albero e la vetrata che dava sul giardino, dove faceva bella mostra di sé una splendida bicicletta di marca, con i copertoni tacchettati per andare sullo sterrato e ammortizzatori sia davanti che dietro. Il bambino Carletto non ce la fece più a trattenersi. Disse:
«Ma tu sei.. negro!..-
Una smorfia di disappunto comparve per un attimo sul volto eburneo di Babbo Natale, che però subito dopo tornò a sorridere.
«Be’, sì: la mia carnagione è decisamente pigmentata, ma è normale: io esisto da quando esiste l’Umanità e, come tu certamente saprai, visto che hai 8 in storia, i primi uomini vissero in Africa, e avevano la carnagione come la mia. Se nelle immagini mi hai sempre visto raffigurato come un bianco, è solo perché il mio avvocato mi ha sconsigliato di intentare causa alla Coca-Cola..-
«Ma tu sei.. NEGRO!..- ripeté il bambino Carletto, enfatizzando l’aggettivo. Stavolta Babbo Natale non sorrise.
«Guarda, io non sono uno di quelli a cui non piace la parola: negro. È un aggettivo come un altro e, sinceramente, trovo che sia più consono di: nero, visto che non sono Topolino. Io credo che ciò che conta sia il modo in cui la si pronuncia, l’accezione che gli dà chi parla e, in questo caso, mi spiace dirlo, ma a me è sembrato che tu la intendessi come un insulto. Mi sbaglio?»
«Babbo Natale, è.. NEGRO!» ripeté, bilioso, il bambino Carletto.
«Sì, Babbo Natale è negro, piccolo bergamasco razzista» disse Babbo Natale a cui, a questo punto, avevano cominciato a girare i coglioni. «E sai questo negro adesso cosa fa? si riprende tutti i regali che ti ha portato, compresa la bicicletta che volevi tanto.»
Sollevò la bicicletta e la lanciò contro la vetrata. Il bambino Carletto socchiuse gli occhi aspettando il fragore del vetro che andava in pezzi, ma la bicicletta si limitò a scomparire, così come tutti gli altri pacchi che con studiata lentezza, Babbo Natale andava levando da sotto l’albero. Il bambino Carletto allora scese di corsa le scale e si scagliò su Babbo Natale gridando: «Basta, basta, brutto frocio!»
Babbo Natale afferrò il bambino Carletto dal bavero del pigiama, gli avvicinò sua faccia alla sua e, con voce sensuale, disse:
«È la seconda volta che indovini, stronzetto: sono anche frocio. C’hai presente gli elfi? Me li inchiappetto tutti, e a loro piace tanto: per quello, lavorano al minimo sindacale.»
«No, non è possibile, tu non sei Babbo Natale!» gridò il bambino Carletto. «Papà, aiuto!»
Nella sua stanza al piano di sopra, il papà del bambino Carletto si svegliò di soprassalto e saltò giù dal letto lanciandosi poi sul ballatoio, ma quando fu lì, capì che era stato tutto un sogno. Nessuno gridava nel salone: Carletto dormiva tranquillo nella sua stanza e il silenzio in casa era tale — specie adesso che lui aveva smesso di russare — che si poteva sentire il rumore del relè delle luci dell’albero al piano di sotto.
Alla consapevolezza dell’irrealtà del sogno, però, seguì la consapevolezza della dolorosa probabilità di ciò che il sogno aveva mostrato. Certo, i pensieri del bambino Carletto, nel sogno, erano i suoi pensieri e il modo in cui aveva pronunciato la parola: negro e la parola: frocio era il modo in cui lui stesso pronunciava quelle parole, ma quanto ci sarebbe voluto prima che suo figlio, ascoltandolo, cominciasse a pronunciarle con la stessa intonazione e lo stesso disprezzo?
Nella sua letterina a Babbo Natale, Carletto aveva davvero scritto: “top di gamba”; lui e sua moglie ci avevano riso su per tutta una serata, ma, ripensandoci ora, capiva che quella richiesta, quel desiderio di distinguersi dagli altri bambini erano il sintomo di un malessere di cui né lui né la donna che russava dolcemente nella stanza alle sue spalle si erano mai accorti. O di cui, forse, si erano accorti, ma che avevano preferito ignorare, perché li avrebbe costretti a farsi domande a cui non volevano dare una risposta. Tutte le volte che il suo lavoro lo aveva costretto a dei sacrifici, aveva pensato che ne valeva la pena, perché stava costruendo un futuro migliore per suo figlio, ma si trattava solo di un futuro economico, la sicurezza di aver sempre un tetto sulla testa e un piatto caldo in tavola. Che futuro morale, stava costruendo per Carletto? Quali erano, i valori che gli stava trasmettendo?
Tornò a letto, ma il sonno non venne. Si girò e si rigirò fra le lenzuola e, col suo corpo, girò e rigirò anche i suoi pensieri. Forse non aveva sbagliato proprio niente: si stava solo facendo influenzare dallo spirito Natalizio, neanche fosse un personaggio di Dickens.
Suo figlio aveva il diritto di distinguersi dagli altri bambini, perché era migliore di loro. Lo faceva a scuola con i suoi eccellenti risultati ed era giusto che lo facesse anche con le cose di cui si circondava. Ci andassero gli impiegati, a comprare le biciclette da Decathlon; lui poteva permettersi di dare qualcosa di meglio a suo figlio, perché lavorava e soprattutto dava da lavorare — che, come dice la canzone: “non è un piccolo particolare”.
Riguardo i negri, il suo, non era un razzismo assoluto, ma contingente. Non dubitava che l’Africa fosse piena di persone per bene, ma quelli che aveva conosciuto lui erano tutti scansafatiche: o chiedevano soldi ai semafori o li rubavano o vendevano droga; faceva male a mettere in guardia suo figlio nei confronti di questa gente? Se fossero vissuti in America, cent’anni prima, lo avrebbe messo in guardia nei confronti degli immigrati Italiani; se fosse vissuto all’Età della pietra, lo avrebbe messo in guardia nei confronti delle tigri o dei leoni. Non era razzismo: lo proteggeva, tutto qui. Era suo dovere.
Dei froci, poi, non ne parliamo: pur non essendo cattolico, era fermamente convinto che la famiglia dovesse comprendere un padre e una madre di sesso differente. Per il suo modo di vedere, l’omosessualità era il modo in cui la Natura rispondeva alla sovrappopolazione: ci sono troppi individui di una certa specie? si aumenta il tasso di omosessualità e il numero degli individui torna normale. In quest’ottica, l’omosessualità non solo era legittima, ma era perfino utile; ma se froci e lesbiche mettono su famiglia e si riproducono, non rispettano il ruolo che la Natura gli ha assegnato e allora sì, che sono davvero contro-natura..
Andò avanti così per un tempo imprecisato, con gli occhi chiusi, in posizione fetale, analizzando, affermando e negando ciascuna delle affermazioni che aveva fatto fino ad allora. Non riusciva a trovare una verità incontrovertibile: ciascuna delle due posizioni poteva essere o del tutto vera o del tutto falsa a seconda del punto di vista da cui la si affrontava. Da un lato c’era il nobile concetto dell’uguaglianza di tutti gli uomini: ricchi e poveri, bianchi e neri, omo ed etero; dall’altro c’era la realtà, la differenza, il pericolo. Come faceva a insegnare entrambi a suo figlio? Stremato, si disse che sicuramente avrebbe trovato un modo, ma che non c’era bisogno che lo trovasse quella notte.
Si girò sull’altro fianco e abbracciò il corpo caldo e morbido di sua moglie, cercando di pensare a qualcosa di bello, che lo aiutasse a prendere sonno. Cercò di immaginarsi la faccia che avrebbe fatto Carletto la mattina dopo, quando avrebbe visto la sua nuova bicicletta e ripensò a quanto si erano divertiti quella sera, lui e sua moglie, a fare i coglioni con l’elio per i palloncini, respirandolo e parlando poi come Paperino.
Stava quasi per addormentarsi, quando, dal piano di sotto, gli arrivò chiarissimo, un fruscìo di carta da pacchi..

Pubblicato: 03-01-2015