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IDE Monogatari

La danza delle labbra

Marco ha un problema: balbetta. Non una cosa normale, Marco balbetta in maniera epica. Se è tranquillo riesce a controllarsi e a contenere il problema entro limiti ragionevoli, ma se si emoziona un po’, ogni frase diventa una corsa a ostacoli persa in partenza. Avere dei rapporti sereni con il prossimo non è mai stato facile per lui e, a mano a mano che il tempo passa, sta diventando sempre più arduo, perché le difficoltà nel comunicare hanno indurito il suo carattere, rendendolo astioso e diffidente. Forse è per questo che ha scelto di lavorare con i computer. I computer non hanno problemi a relazionarsi con un balbuziente “duro” e i rapporti con loro sono stati idilliaci fin dall’inizio. I computer gli hanno tenuto compagnia durante gli anni dell’adolescenza, hanno studiato con lui all’Università e ora che ha poco più di trent’anni, gli danno da vivere e da vivere bene. Ha tutto ciò che desidera: una bella auto, una moto potente e da quando è stato assunto da una grossa multinazionale, si è potuto anche comprare casa. Ha tutto ciò che desidera, tranne una donna.
Se per Marco i rapporti con gli altri uomini sono sempre stati un problema, quelli con le donne sono sempre stati una tragedia. Non è poi male esteticamente, certo meglio di tanti altri, e le occasioni di approccio non gli sono mai mancate, ma non è mai riuscito ad andare oltre il primo appuntamento perché, in presenza di esponenti del gentil sesso, la sua balbuzie ha sempre dato il meglio di sé, riuscendo a scoraggiare anche la più tenace e disperata delle zitelle. Quante volte, dietro a una romantica candela o dietro a una bottiglia di vino ha visto quello stesso sguardo distratto, quella malcelata impazienza, quel desiderio di essere altrove; quante volte il suo cuore e il suo futuro si sono infranti su una ‘p’ o una ‘t’!
Certo, se solo avesse un po’ più di confidenza con l’universo femminile, potrebbe giocare le sue carte in maniera differente, limitarsi a fornire degli spunti, lasciarle parlare, ma ha troppo bisogno di esprimersi, troppo bisogno di dimostrare agli altri (e soprattutto alle altre) che è solo la sua pronuncia a incespicare e che lui, dentro, è una p-p-persona c-come t-t-tutte le a-a-ltre. Intrappolato nel conflitto fra il desiderio di parlare e l’incapacità a farlo, Marco ha speso la sua vita in un’alternanza monotona di lavoro solitario e tempo libero troppo libero per essere piacevole, finché un bel giorno, è arrivata Internet e con Internet, i siti di chat.

Quando Marco scoprì le chat, capì subito che quella era la sua ultima possibilità, il nuovo regalo dei suoi amici computer, il più importante che gli avessero mai fatto. Un numero imprecisato di femmine erano lì, dall’altra parte della connessione, ansiose di conversare con lui attraverso un mezzo che avrebbe annullato il suo handicap e Marco era certo che in quell’invisibile e immenso gineceo ci fosse anche Lei, la donna della sua vita.
Il sito di chat a cui si iscrisse, aveva un funzionamento piuttosto elementare: si installava il programma per collegarsi, si riceveva un numero che permetteva agli altri utenti di identificarti e si doveva scegliere uno pseudonimo che diventava il tuo nominativo all’interno del sistema. Scelto lo pseudonimo, si aveva la possibilità di inserire nella base-dati del sito i propri dati personali (reali o inventati che fossero) e un breve commento che stimolasse gli altri utenti a contattarti. Fatto ciò, non restava che trovare un interlocutore. A questo scopo, il sito metteva a disposizione degli utenti una sorta di elenco telefonico che, fra le altre cose, permetteva di effettuare delle ricerche “mirate” all’interno del multietnico universo degli iscritti, evidenziando solo quegli utenti che avessero determinate caratteristiche anagrafiche o determinati interessi. Una volta trovato qualcuno con cui parlare, gli si inviava un messaggio e se l’altro (o l’altra) rispondeva, si cominciava a conversare per mezzo di un programma che permetteva sia di scrivere e inviare le proprie frasi che di leggere quelle dell’altro utente.

Marco installò il programma per “ chattare” sul suo computer casalingo, si registrò con lo pseudonimo di Fabio Coreica - un sottile riferimento alla forma di balbuzie che lo affliggeva - poi, con metodo e caparbietà, cominciò a cercare.
Inizialmente fece delle ricerche generiche (sesso femminile, età compresa fra i venti e i trent’anni) per capire le regole non scritte del nuovo gioco a cui aveva deciso di partecipare, poi, a mano a mano che la sua esperienza aumentava, affinò i suoi criteri di ricerca, escludendo o ignorando quelle categorie che si erano dimostrare meno interessanti o proficue.
Dopo meno di una settimana ebbe la sua prima conversazione. L’interlocutrice era una studentessa rumena che si stava laureando con una tesi sul formaggio e che non prese bene una battuta di Marco sull’oggetto dei suoi studi.
Dopo dieci giorni ricevette la sua prima chiamata da parte di un’estranea. Si trattava di una massaia russa, sua coetanea, che abitava in un paesino a nord della Mongolia. Uno dei suoi tre figli era stato ricoverato in ospedale poche ore prima e lei era terribilmente depressa. Fu una conversazione tanto lunga quanto penosa, anche a causa della scarsa familiarità della donna con l’Inglese, ma Marco l’accettò di buon grado, come parte necessaria della sua formazione.
Dopo un mese, fu in condizione di distinguere a prima vista le utenti vere da quelle fittizie, inserite solo per convogliare gli utenti di sesso maschile su siti porno e fu sempre in questo periodo che ebbe il primo contatto interessante.
Si trattava di una ragazza argentina un po’ più giovane di lui, che era tornata ad abitare a Buenos Aires dopo essersi separata dal marito americano. Era piuttosto piacevole conversare con lei, malgrado avesse una tendenza talvolta eccessiva all’autocritica, ma la differenza di fuso orario fra loro richiedeva il sacrificio di svariate ore di sonno, così finirono per sentirsi solo il venerdì, quando Marco, che di sabato non lavorava, poteva permettersi di andare a letto anche poche ore prima dell’alba.
Dopo un paio di mesi di utilizzo pressocché quotidiano, l’esperienza accumulata permise a Marco di capire già dalle prime battute se la persona con cui era in contatto potesse essere funzionale ai suoi scopi oppure no. Capì che doveva diffidare di coloro che fornivano poche informazioni personali (o avevano poco da dire o avevano molto da tacere) e delle donne che chiedevano subito se fosse sposato o meno. Il suo elenco di contatti vantava ormai una trentina di nominativi, sparsi un po’ per tutti i continenti, ma nessuno di loro era particolarmente interessante, se non a livello strettamente antropologico.

Fu precisamente novantanove giorni dopo la sua prima connessione, che Le parlò per la prima volta. Come ebbe modo di rimproverarsi in seguito, poco ci mancò che non Le rispondesse, preso com’era dalla conversazione con un’americana che lo stava iniziando ai segreti dei siti di video–chat (quelli in cui, grazie a una piccola telecamera collegata al computer, era possibile avere anche un contatto visivo con il proprio interlocutore). Mentre cercava di ricordarsi la coniugazione di un verbo irregolare, vide lampeggiare il segnale che indicava una nuova chiamata in arrivo e lesse il testo del messaggio:

chi 6?

“Sei tu a chiamarmi e mi chiedi chi sono?” pensò Marco, poi chiese al server del sito di chat di visualizzare i dati anagrafici dell’utente che lo aveva contattato. Con un certo sollievo, scoprì che si trattava di una donna (detestava ricevere messaggi da altri uomini), ma, a parte questo, la sua scheda non diceva granché: aveva 29 anni, abitava a Roma e parlava due lingue. Nessun interesse segnalato, nessuna foto e nessun commento.
Marco, rapido, scrisse la sua risposta:

Io sono Fabio.
Tu chi sei?

Tornò a concentrarsi sulla frase da inviare all’americana, ma pochi secondi dopo, ecco arrivare un altro messaggio:

Mi hai cercato la settimana scorsa

Controllò l’elenco dei messaggi che aveva scritto ed effettivamente ce n’era uno inviato a quel numero. Risaliva a dieci giorni prima, quando, in un momento di sconforto, aveva spedito messaggi praticamente a tutte le donne della sua età abitanti in un raggio di cento chilometri da casa sua, indipendentemente dal fatto che fossero o meno in linea.

ero in ferie
sono rientrata oggi x quello non ho visto il tuo messaggio
ti va ancora di parlare?

Marco guardò con evidente perplessità le tre righe che erano apparse sul suo schermo e cercò di immaginarsi che tipo potesse essere la persona che le aveva scritte. Perché si stava scusando per aver letto in ritardo il suo messaggio? Perché era così restia a dare informazioni su di sé? Cosa si nascondeva dietro tutta quella disponibilità a “parlare”? In sostanza: quante probabilità c’erano che si trattasse di un’esaurita che gli avrebbe solo fatto perdere tempo?.. Molte, purtroppo: la maggior parte delle persone in cui si era imbattuto fino ad allora erano degli sfigati, gente che non riuscendo a crearsi delle amicizie reali passava la vita davanti a uno schermo consolandosi con delle conoscenze virtuali che..
Guardò la sua immagine riflessa dal vetro della finestra. Da quanto tempo non vedeva qualcuno dei sui amici? Quante, delle sue conoscenze, non avevano un ‘@’ nel nome? Fissò la foto dell’americana, il suo trucco pesante e la fragola tatuata su uno dei seni (“A Me parlare solamente con dolci ragazzi Italiani No Cyber, I dont drink or party. io amore italia & Italian men, dolce Italian men..”).
Cosa stava facendo?

Sì, certo.
Dove sei stata in ferie?

Chattarono per circa due ore, e anche se la conversazione si mantenne sempre su livelli di cordiale superficialità, Marco andò a dormire con addosso una bizzarra sensazione di euforia. Aveva un animo troppo razionale (e ferite troppo profonde) per potersi abbandonare a immotivati sentimentalismi, ma per la prima volta da quando aveva iniziato quella disperata caccia, sentiva di aver trovato qualcosa di diverso dal solito, qualcosa di interessante.

Sfortunatamente, però, dopo quella volta Lei scomparve, gettando Marco in uno stato di profonda depressione. Era abituato a veder naufragare le sue speranze amorose, ma fino ad allora c’era sempre stata una ragione perché ciò avvenisse; non era preparato psicologicamente alla perdita immotivata.
Conservava sempre una copia delle sue conversazioni importanti per poterle analizzare come un giocatore di scacchi che studia le mosse fatte durante una partita, e rilesse più volte il lungo scambio di battute che avevano avuto, cercando una traccia, qualcosa che lui aveva detto che potesse averLa offesa, ma non trovò nulla. Spese notti intere scavando nei motori di ricerca alla ricerca di un indizio, qualcosa che gli permettesse di rintracciarLa con le poche informazioni di cui disponeva e si sorprese a invidiare profondamente il principe della favola di Cenerentola, che aveva addirittura una scarpetta di cristallo per ritrovare la donna dei suoi sogni. Lui, Marco, doveva arrangiarsi con l’iniziale del Suo vero nome ( F.) e le poche cose che Lei gli aveva detto di sé: che aveva fatto la giornalista, che aveva vinto un premio letterario con un suo racconto, ma che ora lavorava nell’informatica, che le piacevano le moto (possedeva una vecchia Honda) e che sognava di andare in Cina.
Lasciò il suo computer di casa collegato al sito di chat ventiquattro ore su ventiquattro per sette giorni alla settimana, nella speranza che Lei si palesasse, ma l’unico risultato che ottenne fu di essere bersagliato con decine di messaggi da un ragazzo giapponese che voleva informazioni sulle squadre di calcio italiane. Sfruttò tutte la sua esperienza professionale per trovare un buco di sicurezza nel sito di chat, un modo qualsiasi di risalire ai dati della sua Cenerentola virtuale, ma le losche soluzioni che trovò, potevano funzionare solo su una connessione attiva, se lei restava disconnessa, non c’era modo di rintracciarla.
Dopo un mese di infruttuose notti insonni, il suo rendimento sul lavoro era precipitato e si rendeva conto di essere più intrattabile del solito. Così, complice il fiorire di una tardiva primavera, Marco prese qualche giorno di ferie (che il suo superiore fu ben felice di concedergli) e fece un lungo giro in moto nel verde delle colline toscane.

Quando rientrò in casa, maschiamente inguainato nella sua tuta di pelle nera, guardò il computer e non poté fare a meno di sorridere pensando al sé stesso di qualche giorno prima: “uno sfigato che, non riuscendo a crearsi delle amicizie reali, passava la vita davanti a uno schermo, consolandosi con delle conoscenze virtuali”. Prima di entrare nella doccia, contemplò il suo torso nudo nello specchio. Era leggermente abbronzato e una settimana di guida veloce sui passi dell’Appennino tosco-romagnolo aveva tonificato i suoi muscoli, dopo la forzata inattività invernale. Si sentiva un uomo nuovo e, in un certo senso, lo era. Durante il viaggio aveva conosciuto delle persone interessanti - delle persone reali, soprattutto - che avevano accettato senza problemi la sua balbuzie, facendogli recuperare la fiducia in sé stesso e anche se gli era anche capitato di pensare a Lei (specie quando aveva visto passare delle moto come quella che Lei gli aveva detto di possedere), a mano a mano che i giorni passavano, a una curiosità ossessiva si era sostituito senza traumi un distaccato interesse. Gli avrebbe fatto piacere parlarLe ancora, ma non era più questo lo scopo principale della sua vita.
Era guarito.
Dopo cena, accese il computer e si preparò ad affrontare l’enorme mole di messaggi che le tre mailing-list di motociclisti di cui faceva parte avevano certamente ammassato nella sua casella di posta mentre lui era fuori. All’avvio del computer, come al solito, partì in automatico il programma di connessione al sito di chat e Marco, sebbene guarito, attese con una certa trepidazione l’istante in cui si visualizzò l’elenco delle persone connesse. Il pacato disappunto che provò scoprendo che Lei non c’era e che non risultava nemmeno l’avesse cercato mentre lui era fuori, fu compensato dal fatto che si trattasse solo di un pacato disappunto: era veramente guarito. Chiuse il programma di chat e si dedicò alla sua corrispondenza. Cancellò senza leggerli la maggior parte dei messaggi, lesse i restanti e rispose a un paio che lo chiamavano in causa; scrisse un breve resoconto del suo viaggio e lo inviò a ciascuna delle tre liste motociclistiche, poi spense il computer e se ne andò a letto, per la prima volta, dopo tanto tempo, nella stessa giornata in cui si era svegliato. Pensò a Lei solo una volta, un attimo prima di addormentarsi.

La corrispondenza motociclistica non era l’unica cosa ad essersi accumulata durante la sua assenza. Seguendo un ritmo ben noto, con l’approssimarsi dell’estate il lavoro in ufficio era aumentato di volume e di impellenza: i clienti, a cui c’era voluto tutto l’inverno per decidere se approvare o meno le proposte che gli erano state fatte in autunno, adesso volevano che loro riuscissero a realizzarle nelle poche settimane che li separavano dall’inizio dalle ferie estive e dall’emorragia di personale che ne sarebbe seguita.
Marco accettò tutto questo con la stessa indifferenza con cui un’isola accetta le mareggiate invernali. Comprò un bollitore per fare il caffè all’americana, si annotò i numeri di telefono di un paio di pizzerie che facevano consegne a domicilio e cominciò a passare buona parte del suo tempo in ufficio, tornando a casa solo per dormire e farsi la doccia. Curiosamente, fu proprio durante questo periodo di clausura che conobbe una nuova ragazza.
Era una delle segretarie di direzione e Marco la conosceva solo di vista prima che si incontrassero all’una di notte davanti alla macchina delle fotocopie, lui in cerca di carta su cui scrivere, lei in attesa della bozza di offerta per una grossa gara di appalto. Una simile, sfacciata occasione di approccio avrebbe causato come minimo un attacco di narcolessia al “vecchio” Marco, ma il “nuovo” Marco non si scompose più di tanto: le offrì un caffè fatto con il suo bollitore e fu sufficientemente astuto da lasciarla parlare per la maggior parte del tempo che trascorsero insieme. Nei giorni seguenti si scambiarono alcuni messaggi di posta elettronica e il sabato successivo cenarono insieme in un locale vicino al mare.
Marco, che aveva passato le ore precedenti all’appuntamento in uno stato di euforico nervosismo, quella sera fu perfetto e sfruttò al meglio la di lei propensione al monologo, ma a metà della cena, fra uno spaghetto allo scoglio e una spigola al sale, si accorse che c’era un sentimento inatteso che stava montando dentro di lui e che quel sentimento era la noia. Tutto quello che lei aveva detto fino ad allora altro non era che ciò che si supponeva dovesse dire una donna della sua età e del suo stato sociale. Aveva parlato bene di ciò di cui era bene parlare bene e aveva parlato male di ciò di cui era bene parlare male, ma era fin troppo chiaro che non si trattava di opinioni proprie, bensì di concetti mutuati o da libri o (più probabilmente) da riviste cosiddette “di tendenza”.
Marco si chiese se il suo sguardo in quel momento tradisse le sue emozioni, se, dietro alla bottiglia di vino e alla candela accesa, anche i suoi occhi rivelassero una malcelata impazienza e un forte, un desiderio molto forte di essere altrove.
Dopo la spigola, lei prese un sorbetto mentre Marco chiese un caffé, poi pagò il conto e uscirono dal locale. La ragazza, che aveva mostrato di gradire molto il vino bianco, lo prese sottobraccio e propose una passeggiata sulla spiaggia, ma Marco con una scusa fece in modo di riportarla subito a casa. Restarono in silenzio per tutto il tragitto e quando lei, scendendo dall’auto, lo ringraziò per la serata, lo fece con un tono che era più perplesso che sarcastico.

Per tornare a casa, Marco scelse la strada più lunga: aveva bisogno di pensare.
Si chiese se con Lei non fosse successo qualcosa di simile. Magari non aveva detto nulla di sbagliato, ma Lei lo aveva trovato insulso, o banale e così aveva deciso di evitarlo. Ma allora perché era stata tanto tempo a parlare con lui? Se veramente lo avesse trovato noioso, avrebbe potuto interrompere la conversazione molto più semplicemente di come Marco, poco prima, aveva interrotto la serata con la sua collega: perché non lo aveva fatto? E se Le fosse successo qualcosa? Marco cercò di ignorare questa ipotesi, ma senza successo: la Donna della sua vita, quella che stava attendendo da sempre, poteva essere morta e lui non lo avrebbe mai saputo. Fermò l’auto davanti al primo locale che incontrò e scese a bere qualcosa.
Al bancone, seduta nell’angolo opposto al suo, c’era una ragazza che contemplava un cocktail azzurrino non identificato; era sola e Marco si accorse che lo stava osservando. Smise di osservarlo dopo averlo sentito ordinare. Marco prese il bicchiere di Rum e il bicchiere di succo di pera che il barista gli porse e si sedette a uno dei tavolini. Fece in modo da dare le spalle alla ragazza.
Lui era il Nuovo Marco, il Marco Guarito: non avrebbe dovuto pensare a Lei. Non in quei termini, almeno.. Cercò di analizzare il problema, ma fu un terribile sbaglio, perché stavolta la sua capacità di analisi, quella stessa capacità di analisi che lo rendeva un buon professionista, gli si rivoltò contro e lo costrinse ad ammettere con sé stesso ciò che si stava nascondendo dall’inizio della serata. Il problema, con la sua collega, non era stato il fatto che fosse una donna banale. Per quanto banale, era pur sempre una donna piuttosto appetibile e “due botte sotto la coda”, come aveva la signorile abitudine di dire un loro collega, gliel’avrebbe anche potute dare: il problema era che Marco si era innamorato di un’altra. Il problema era che Marco si era innamorato di Lei.
Ma era possibile essere innamorati di qualcuno che si conosceva appena? Marco dovette ammettere che probabilmente era possibile e che, anzi, forse era quella era l’unica condizione in cui ci si potesse innamorare di qualcuno. Per come la vedeva lui, l’amore era un sentimento innaturale, che portava ad innalzare qualcuno al di sopra di noi stessi nella nostra scala di valori. Obnubilava l’istinto di sopravvivenza, lo schiacciava con il peso del Tempo e rendeva il bene di qualcun altro più importante del nostro stesso bene, la vita di qualcun altro più importante alla nostra preziosissima e irripetibile esistenza. L’innamoramento no. Come l’amore era spirituale e fatto di tempo (il connubio fra questi due concetti così strani e indefinibili - amore e tempo - gli era sempre sembrato inevitabile), l’innamoramento era terreno e sensuale nel senso più letterale del termine. Mentre l’amore si nutriva di ricordi, l’innamoramento viveva di odori, di immagini, di suoni, di sensazioni tattili e di sapori. Aveva pensato, fino ad allora, che l’amore non fosse una sublimazione dell’innamoramento, ma una decantazione; adesso cominciava a non esserne più così sicuro. Era sicuramente l’amore la specie più evoluta e adattabile di sentimento. L’innamoramento aveva bisogno di eventi lieti - il suo profumo su un nostro abito, l’immagine del sole al tramonto che illumina la massa dei suoi capelli, il tocco delle sue dita sulla nostra pelle - mentre l’amore era onnivoro e riusciva rinvigorito anche dalle situazioni più tristi. Non stupiva che, in certi casi, potesse durare tutta una vita.
Solo che, in questo caso, non c’erano né ricordi né sensazioni di cui nutrirsi, perciò cos’era quello che gli stava succedendo? Era qualcosa di nuovo, un sentimento che non aveva nulla a che vedere né con l’innamoramento né con l’amore, o forse (più probabilmente) il suo schema, così acuto, così meravigliosamente logico, faceva acqua da qualche parte? L’amore succedeva o, molto più semplicemente, era?
Mi sembra di essere la rubrica della posta di un rotocalco rosa,” pensò Marco.
Sul fondo del suo bicchiere c’era ancora un goccio di Rum: lo tracannò in un sorso, poi si alzò e ritornò all’automobile. Guidò prudentemente fino a casa (la dose di Rum era stata particolarmente generosa), salì con qualche difficoltà le due rampe di scale fino al suo appartamento, entrò e quando fu dentro vide sullo schermo del computer le quattro parole più importanti della sua vita:

ti ricordi di me?

Non seppe mai se vomitò per colpa di ciò che aveva bevuto o per l’emozione.

Cosa doveva risponderLe? Marco guardò la tazza di tè poggiata a fianco della tastiera, ma era una comune tazza di ceramica azzurra e non gli fornì alcuna ispirazione. La prima risposta che gli venne in mente fu:

Certo che mi ricordo: sei quella che ha la collezione di frustini!

Ma si trattava solo di un subdolo tentativo del suo cervello di sdrammatizzare. Altrettanto inaccettabile era l’ipotesi: “Ti dico la Verità”:

Certo che mi ricordo: da quando ti ho conosciuta non c’è stato giorno che non abbia pensato a te. Molte delle cose che ho fatto le ho fatte per potertele raccontare e molte delle cose che non ho fatto non le ho fatte perché immaginavo che tu non avresti approvato.

In mezzo a questi due estremi c’erano infinite possibili risposte, ma tutte gli apparivano o false o banali. Inoltre, qualsiasi cosa Marco avesse scritto, sarebbe stata un grido nel vuoto, perché Lei non era più collegata. Il server avrebbe conservato il messaggio e glielo avrebbe mostrato la prima volta che fosse tornata a collegarSi, ma non sarebbe stato lo stesso.
Altra ipotesi:

Certo che mi ricordo!
Che fine hai fatto?

Il punto esclamativo alla fine della prima frase (almeno nelle intenzioni del suo autore) denotava entusiasmo; la domanda seguente, denotava interesse. Il tono era scherzoso, ma tutt’altro che indifferente. Pur se un po’ stringato, era un palese invito a più lunghi conversarii: poteva andare.
O forse no, non andava, era la risposta idiota e banale che Lei avrebbe potuto ricevere da chiunque, ma Marco era stanco e la inviò lo stesso, poi si tolse le scarpe e si buttò vestito sul letto.
Il sonno però non venne, almeno non così immediato come si sarebbe aspettato. Si girò un paio di volte, assestandosi ogni volta il cuscino, ma la cintura gli dava fastidio, così si alzò, si spogliò e, visto che era in piedi, andò in cucina e prese una birra dal frigo. Un attimo prima di bere il primo sorso, si ricordò di aver da poco vomitato e si trattenne: non voleva star male di nuovo. Non avrebbe dovuto bere il caffè dopo cena e, soprattutto, non avrebbe dovuto bere il tè: non era quella la notte che voleva passare insonne. Ci fosse stata della camomilla, avrebbe preso quella, ma i suoi principî gli impedivano di tenere in casa dei tranquillanti analcolici.
Tornò nella stanza da letto e quando fu lì si rese conto di essersi portato dietro la birra. La poggiò per terra di fianco al letto. Il giorno dopo, calda e sgasata, sarebbe stata imbevibile, ma Marco non aveva nessuna voglia di riportarla in cucina. Si distese sul letto al buio e restò così per un po’, fissando il nero del soffitto; quando i suoi occhi si abituarono all’oscurità e riuscì a distinguere alcuni dettagli, li chiuse e si girò su un fianco.
Pensò a quello che era successo quella sera e a quello che sarebbe potuto succedere. Se avesse fatto quella camminata sulla spiaggia, se avesse visto il messaggio di Lei rientrando a casa dopo una notte passata nel letto di un’altra, sarebbe stata la stessa cosa? Perché quel bizzarro rapporto telematico con una persona che non conosceva minimamente era diventato così importante nella sua vita? E i siti di chat, che gli erano sembrati una soluzione ai suoi problemi di comunicazione, lo erano davvero? Quel comunicare a frasi mozze e asincrone, senza poter giudicare dall’espressione dell’altra l’effetto che producevano le proprie affermazioni, alle volte poteva risultare estenuante.
Con Lei, però, non lo era stato. Fra di loro sembrava esserci una sorta di naturale sincronia che annullava la distanza e le limitazioni tecnologiche, dando un ritmo rilassante alla conversazione. Si chiese cosa stesse facendo in quel momento, se Le era dispiaciuto di non trovarlo in linea.. Non poteva andare avanti così, doveva sapere qualcosa in più di Lei, doveva riuscire a incarnare la figura ideale che si era costruito nella sua fantasia in un essere umano reale, doveva.. Di colpo, spalancò gli occhi. Le probabilità erano piuttosto basse, ma valeva la pena di tentare.

Era di nuovo davanti al computer, in boxer e maglietta, e vagava fra i motori di ricerca. Cercava informazioni sui vincitori di premi letterari, una ricerca matta e disperatissima, che non gli fornì alcun risultato se non lo stupore per il numero e la varietà dei concorsi letterari indetti ogni anno. C’erano concorsi a tema libero, a sfondo religioso o politico, concorsi per romanzieri, per autori di racconti brevi e per epigrammisti. Tutti avevano il loro bravo sito Web, ma non ce n’era nemmeno uno che avesse nel suo albo d’oro qualcuno il cui nome cominciasse per “F”.
Ma che c’avrà da scrivere tutta ‘sta gente?” pensò Marco, stizzito, mentre beveva l’ultimo sorso della sua seconda birra (se non poteva essere sonno, che fosse coma etilico), poi provò a leggere qualcuna delle opere vincitrici. Le trovò tutte terribilmente simili, sia nello stile che nel contenuto: gli autori scrivevano dell’uomo fantastico che avrebbero voluto essere, le autrici scrivevano della donna meravigliosa che erano convinte di essere. Nessuno sembrava preoccuparsi di intrattenere il lettore con una storia interessante.
Fece un altro paio di tentativi infruttuosi, poi aprì il programma di chat per controllare la Sua data di nascita, ma trovò qualcosa di molto più utile: fra i Suoi dati personali era comparso anche un indirizzo di posta elettronica. Non c’era stato fino ad allora, Marco ne era sicurissimo, il che voleva dire che Lei ce l’aveva messo quella sera e che, forse, ce l’aveva messo perché lui La contattasse. Si sentì spiazzato: dopo aver vagato per tutto il reame con in mano una scarpina di cristallo, scopriva che Cenerentola gli aveva lasciato in tasca un biglietto con il suo numero di telefono.
Questo cambiava molte cose, e le cambiava in meglio. La natura letteraria della posta elettronica avrebbe permesso a Marco di descrivere dettagliatamente ogni minimo palpito dei suoi sentimenti, liberandolo dai vincoli imposti dalla natura telegrafica della chat. Lei, di contro, avrebbe potuto leggere il suo messaggio con calma e con calma rispondere. Con rapidi colpi di mouse, Marco chiuse il programma di chat e aprì quello di posta elettronica.
“Calma ,” si disse. “Fai le cose con calma.”
Fece le cose con calma, ma la prima versione del messaggio risultò troppo smielata e la cestinò. Ne scrisse un’altra, e stavolta cadde nell’errore opposto, producendo una sorta di manuale d’uso e manutenzione dei suoi sentimenti che finì anch’esso cestinato. Terminò la terza versione mentre dalla finestra entravano i primi bagliori dell’aurora. La rilesse un paio di volte e sorrise soddisfatto, gli era venuta proprio bene. C’era la giusta dose di romanticismo, stemperata da un po’ di sana auto-ironia; il tono era appassionato, ma non ossessivo: non avrebbe potuto fare di meglio. Rilesse l’ultima parte ancora una volta, poi salvò il messaggio senza inviarlo e spense il computer. Si lasciò cadere sul letto e, nei pochi secondi che gli ci vollero ad addormentarsi, si chiese: era davvero la balbuzie il suo più grande problema?

Due settimane dopo, la Terza Versione era ancora nella cartella “Bozze” del suo programma di posta elettronica. Marco era stato più volte sul punto di inviarla, ma ogni volta aveva rinunciato. Aveva tracciato una mappa troppo precisa della sua anima, non poteva mandarla a qualcuno che non conosceva nemmeno di persona. Per quello che ne sapeva Marco, la “F.” con cui Lei firmava tutti i Suoi messaggi poteva anche essere l’iniziale di “Federico” e lui non voleva rischiare di rendersi ridicolo fino a quel punto.
In compenso, i loro interminabili dialoghi notturni erano ripresi e ora avvenivano quasi ogni sera. Senza nemmeno rendersene conto, Marco cominciò a rifiutare tutti gli inviti che lo avrebbero tenuto fuori di casa oltre la mezzanotte per non perdere l’occasione di farsi raccontare da Lei come Le era andata la giornata e per raccontarLe la sua. Entrambi avevano vite normali, regolate da impegni fissi e ripetitivi, ma ogni volta che si sentivano avevano qualcosa di particolare da dire, qualcosa che era bello raccontare o farsi raccontare. Questo, almeno, era quello che provava Marco; quali fossero i sentimenti di Lei non era dato saperlo, perché non avevano mai parlato di ciò che stava accadendo fra loro. Non avevano mai nemmeno sfiorato l’argomento, anche se quella cosa, di qualunque cosa si trattasse, stava diventando il fulcro delle loro vite.
Andarono avanti così fino alla fine di luglio, quando fu tempo di partire per le vacanze. Faceva molto caldo e Marco era seduto davanti al computer in maglietta e calzoncini corti. Un ventilatore, acceso in un angolo della stanza, oscillava avanti e indietro, freddandogli il sudore addosso. Davanti ai suoi occhi, nella finestra del programma di chat, la frase che più aveva temuto di veder comparire.

io parto sabato, tornerò fra 2 settimane

La sua fissità catatonica si interruppe il tempo che ci volle alle sue dita per scrivere una breve, desolata, constatazione:

Sabato è dopodomani..

La risposta di Lei non si fece attendere:

Già da diverso tempo, Lei gli aveva raccontato del suo progetto di fare una breve crociera affittando una barca a vela con degli amici e Marco, che pure Le aveva espresso tutta la sua approvazione per la scelta fatta, aveva sperato in cuor suo che la cosa andasse in fumo. Invece, entro quarantotto ore, Lei avrebbe preso il mare, chissà con chi, diretta chissà dove, a fare chissà cosa. Quando lui Le aveva chiesto con chi sarebbe partita, Lei gli aveva risposto evasivamente: “ con alcuni amici”, senza specificare altro, ma le probabilità che si trattasse di un equipaggio completamente femminile erano piuttosto basse.
Arrivò un nuovo messaggio:

questa è la nostra ultima conversazione per le prossime due settimane

A Marco sembrò di aver ingoiato una palla da bowling:

Perché “ultima conversazione”?
Cosa fai domani?

Pestò con violenza sul tasto Invio e la frase scomparve dalla finestra di scrittura, per comparire immediatamente dopo in quella di dialogo. Lei rispose quasi subito:

domani dormo in barca
lo skipper vuole partire all’alba

Marco aveva sempre provato una spiccata antipatia per i velisti, ora capiva perché. Doveva fare qualcosa, non poteva permettere che gliela portassero via così. Certamente non poteva impedirLe di partire, ma se proprio doveva trascorrere due settimane in uno spazio ristretto con un marinaio insonne, che almeno sapesse cosa lui provava per Lei.
Avrebbe voluto chiederLe un appuntamento già da un paio di settimane, ma aveva preso tempo perché voleva consolidare al massimo il loro rapporto prima di dirle della sua balbuzie. Ora il tempo era finito e lui doveva agire. Pensò a come poteva fare la sua richiesta, poi scrisse:

T-t-i p-posso accomp-pagnare alla b-barca?

Per fortuna riuscì a fermarsi prima di battere Invio. Aveva scritto: “Ti posso accompagnare alla barca?”, ne era sicuro, ma sullo schermo del suo computer la frase era apparsa con alcune delle consonanti ripetute. Cancellò quello che aveva scritto e riprovò:

P-posso accomp-pagnarti alla b-barca?

Anche questa volta si trattenne dall’inviare il messaggio. Nel frattempo, annunciato dall’abituale segnale sonoro, un messaggio di Lei comparve sullo schermo:

6 ancora lì?

Pensò a una scusa che gli permettesse di interrompere la conversazione finché non fosse riuscito a capire cosa stava succedendo e che fosse facile da scrivere.
La prima cosa che gli venne in mente fu:

T-telefonata

Corresse il testo, eliminando il trattino di separazione e la ‘t’ di troppo, poi inviò la sua risposta, ma quando la frase comparve nella finestra di dialogo, le modifiche erano andate perdute.
Come se non bastasse, la scusa che aveva scelto era poco credibile:

alle 2:11 di notte?

Non sapendo che cosa fare, Marco diede uno strattone al cavo di alimentazione e spense il computer. Immediatamente dopo lo riaccese e aspettò con impazienza che il sistema operativo si avviasse. Appena gli fu possibile, aprì nuovamente il programma di chat (non era più in avvio automatico da quando Lei era ricomparsa) e ricevette il messaggio che Lei gli aveva inviato nel frattempo:

non essere arrabbiato con me
sapevi che sarei partita

Si preparò a scrivere. Se era un difetto del programma di chat, ora doveva essere scomparso:

Scusa, ho avuto un p-p-prob-blema con il P-PC

Non era un difetto del programma di chat. Non poteva essere nemmeno lo scherzo di un hacker che si era collegato di nascosto al suo computer: era qualcos’altro.
Arrivò un nuovo messaggio:

sono qui se vuoi parlarmi

Intrappolato nel conflitto fra il desiderio di chattare e l’incapacità a farlo, Marco provò a calmarsi un po’ e analizzò la situazione. Per quello che poteva vedere, non c’era modo di risolvere in maniera logica il suo problema di comunicazione, così accettò il prodigio e cercò di definirne i limiti.
Aprì il programma di posta elettronica e scrisse un messaggio di prova:

Questo è un messaggio di prova e io sto impazzendo

Il testo appariva corretto, senza duplicazioni o errori. Inviò il messaggio al suo (di Marco) indirizzo di posta elettronica e il messaggio arrivò immutato: apparentemente, era solo il programma di chat a balbettare. Scacciò dalla sua mente tutte le considerazioni razionali legate al fatto che un programma balbettasse e proseguì nel suo piano di test. Tornò al programma di chat e scorse l’elenco dei contatti. Trovò quello dell’americana con cui stava dialogando la sera che Lei lo aveva contattato per la prima volta. Non era collegata in quel momento, ma per quello che serviva a Marco era meglio così. Scrisse un messaggio senza guardare lo schermo:

Ti prego, dimmi che domani posso accompagnarti alla barca

Alzò gli occhi e vide che anche stavolta tutto era andato come doveva andare. Inviò il messaggio, che apparve senza errori nella finestra di dialogo. A quel punto restava solo una possibilità: che il “fenomeno” si verificasse solo quando il destinatario era collegato, ma Marco non perse tempo a verificarla. Non voleva sapere la verità, voleva Lei, e non gli rimaneva più molto tempo. Chiuse la finestra di comunicazione con l’americana e tornò a quella che gli permetteva di parlare con Lei.
Cancellò il suo pietoso messaggio di scuse e scrisse:

Leggi la p-posta

Fissò per un attimo ciò che aveva scritto, poi batté il tasto Invio e, senza aspettare risposta, passò al programma di posta elettronica. Riesumò la Terza Versione dalla cartella bozze, meditò per un attimo se aggiungere delle spiegazioni su quello che stava succedendo, ma alla fine la inviò senza modifiche e senza aggiunte. Un attimo prima, era arrivata la risposta di Lei:

va bene

Andò a prendersi una bottiglia di birra e nel frattempo pensò al percorso che stava seguendo il suo messaggio. Il programma di posta lo aveva inviato al server SMTP del suo provider; il server del provider lo aveva rilanciato al server di posta dove Lei aveva il suo acconto; il server aveva ricevuto il messaggio e lo aveva scritto nella directory o nel file che conteneva la Sua posta in arrivo. Potevano esserci un paio di rimbalzi in più, a seconda di come erano configurati i due sistemi di posta, ma comunque quello era il cammino da seguire. Se i server di posta non erano sovraccarichi di lavoro, probabilmente il messaggio Le era già arrivato. Un po’ di tempo per leggerlo, qualche minuto di riflessione, poi avrebbe cominciato a scrivere la sua risposta e..
Il computer, nella stanza a fianco, segnalò un messaggio in arrivo per il programma di chat. Marco, con la bottiglia di birra in mano, tornò nel soggiorno. Era troppo presto, non poteva aver già letto tutto il messaggio e se anche lo aveva letto non aveva avuto il tempo di rispon..

barca? Io ho nessuna barca.

Non era Lei, era l’americana. Si era collegata al sito di chat e aveva ricevuto il suo messaggio di prova. A Marco non interessava parlarle, ma era una buona occasione per eseguire l’ultima verifica prevista dal suo piano test, così scrisse:

It was a mistake, I’m sorry.

Il testo comparve senza errori, comprovando la sua tesi. Per sicurezza, aggiunse una frase in Italiano:

Tutto bene?

Inviò il messaggio, che apparve corretto anche nella finestra di dialogo, quindi la sua ipotesi era corretta: il programma di chat balbettava solo quando Marco comunicava con Lei.

io sono bene
r u inamorato with somebody else?

Marco lesse la risposta dell’americana e di colpo il periodo in cui si aggirava per la Rete in cerca di affetto gli sembrò lontanissimo. Aveva sprecato il suo tempo, aveva permesso a bizzarri sottoprodotti della chimica del carbonio di sentirsi suoi intimi. Come si permetteva, quel patetico mammifero placentale, di scrivere “somebody else”? Non era inamorato di un’altra, amava la donna che doveva amare. Magari non ci sarebbe mai andato a letto o forse ci sarebbe andato e dopo un po’ sarebbe finita, ma non aveva nessuna importanza. E, ripensandoci, non aveva sprecato il suo tempo, se alla fine del percorso c’era Lei.
Tempo prima, una donna aveva tentato di stemperare un rifiuto con la frase: “ Esistono molti tipi di amore”. Non era vero. Non esistono molti tipi di mare, ce n’è uno solo. I fiumi e i laghi sono mare in vacanza; o prima o poi, torneranno a casa.
Marco poggiò le dita sulla tastiera, ma prima che il suo indice potesse calare sul tasto “i”, il programma di chat notificò l’arrivo di un messaggio da un altro utente. Le mani di Marco scivolarono giù dalla tastiera e si aggrapparono al bordo del piano su cui era poggiato il computer. Le due finestre del programma di chat erano sovrapposte e non era possibile leggere il messaggio che Lei gli aveva inviato.
Doveva chiudere la finestra dell’americana.

r u inamorato with somebody else?

Dallo schermo, la domanda lo fissava in attesa di una risposta. Gliela diede:

Yes.
Ciao.

Con un elegante movimento del mouse, inviò il messaggio all’americana e chiuse la finestra di chat. Nella finestra inferiore, notò un nuovo messaggio:

domani sera ti andrebbe di accompagnarmi all’imbarco?

La mente di Marco cominciò ad analizzare tutti i possibili significati di quella richiesta, dal più desiderabile: “ provo anch’io le stesse cose per te e non sono più tanto certa di voler partire”, al più sgradito: “ voglio crearmi un ripiego nel caso lo skipper non si innamori di me”, al più probabile: “ non so cosa provo per te, ma so che non posso aspettare due settimane per sapere chi sei”.
Marco la lasciò fare: non aveva bisogno delle sue capacità di analisi, in quel momento, gli bastavano le sue dita e una tastiera. Scrisse la risposta che doveva scrivere e quando inviò il messaggio era talmente emozionato che non si accorse nemmeno del fatto che la balbuzie del programma di chat era scomparsa.
O forse non era emozionato, ma solo rilassato, perché riuscì perfino a sorridere, quando arrivò un nuovo messaggio dall’americana:

buon fortuna

01-01-1999