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Saggi

Fumosità

Vi è mai capitato di sentir dire a qualcuno: “No, io non potrei fumare la pipa, faccio una vita troppo frenetica: fumo le sigarette”? A me sì, più di una volta e ogni volta ho avuto la tentazione di rispondere: “Bravo citrullo!”. Ovviamente poi non l’ho mai fatto, ma cosa rispondereste voi a uno che vi dicesse: “No, io non posso allacciarmi le cinture di sicurezza, guido troppo veloce”? Perché è proprio questo che i nostri amici tabagisti sostengono: che siccome fanno una cosa sciocca e potenzialmente dannosa per il loro organismo, anche le altre azioni che compiono debbano — o abbiano ragione di essere — insensate. Una bella filosofia, che non avrei nemmeno ragione di contestare se poi quelle stesse persone non venissero a dirti: “A me, mi hanno rovinato le sigarette”. Aspetta un momento, parliamone.

Sui pacchetti di sigarette (e sulle scatole di tabacco da pipa, purtroppo) compare, per obbligo di Legge, la dicitura: “Il fumo provoca il cancro”; forse è questo che confonde la gente. Non critico qui l’intenzione — che è buona — e mi guardo bene dal criticare l’incongruenza di uno Stato bifronte che da un lato ti ammonisce paterno e dall’altro incassa le sue brave imposte sui prodotti di cui detiene peraltro il Monopolio (potrei sentirmi rispondere che quei soldi servono al Sistema Sanitario Nazionale per curare i malati), ma solo l’affermazione, che è errata o quantomeno imprecisa.
“Il fumo provoca il cancro”.
Cioè, volete dirmi che se uno si fuma due, tre sigarette al giorno (dopo i pasti principali, come le medicine), quel poveretto è destinato inevitabilmente a morire sputando sangue? No, d’accordo, ma allora non sarebbe più corretto dire che l’eccesso di fumo provoca il cancro? Forse sì. E visto che ci siamo, non sarebbe forse il caso di ricordare, con lo stesso benevolo paternalismo, che qualunque eccesso è potenzialmente dannoso per la salute? Forse sì.
“La smodatezza, nel fumo così come in qualunque altra attività, è dannosa per la salute”: questo è un avviso che mi farebbe piacere leggere sul mio tabacco e, se fosse, ci farebbe tutta un’altra figura pure lo Stato, perché sarebbe come dire: io non voglio privarti del piacere di una sigaretta dopo il caffè, ma ti avviso che andare oltre quella sigaretta (e anche oltre quel caffè, quella grappa, quel piatto di bucatini all’amatriciana e così via) non è bene.
Se si comportasse così, lo Stato sarebbe paragonabile a un padre di famiglia che abbia l’abitudine di comprare un dolce la domenica per farlo mangiare ai suoi figli, facendo bene attenzione a che non ne trangugino in eccesso. Così come si comporta adesso, lo Stato è un padre che ogni giorno si presenta a casa con una torta colossale, la poggia sul tavolo, dice ai figli che mangiare i dolci fa male e poi se ne va, lasciandoli ingozzare come porcelli. Non ci si stupisca se poi i suoi figli dicono: “Non mi posso lavare i denti, mangio troppi Saint-Honoré”..
Io, quando qualcuno mi dice che fa una vita troppo frenetica per fumare la pipa e perciò fuma le sigarette, ci provo sempre a suggerirgli di comprarsi una pipa e sfruttare l’occasione per cambiare vita, ma finora sono riuscito a convertire solo il mio socio e solo per un breve periodo (e comunque Federico non fa testo perché è solo frenetico, fuma molto raramente).
La risposta classica del tabagista è: “Eh! mi piacerebbe…”, come se fosse ci fosse nato, con un pacchetto di sigarette in mano. No, non ci sei nato, amico tabagista: te lo sei andato a comprare. La prima volta chissà perché; adesso perché è un’abitudine della quale non sei capace di privarti.
E non mi dire che ti piace l’odore del fumo, perché fumi carta.
E non mi dire che ti piace il sapore del fumo, perché tu le papille gustative ce l’hai sulla lingua, non nei polmoni.
E non mi dire che il fumo ti rilassa, perché accendere una sigaretta con la cicca di quella che l’ha preceduta non è sintomo di rilassatezza.
Dimmi piuttosto: che ne è di tutte quelle sigarette che hai fumato? Stimando un pacchetto ogni due giorni dai venti ai cinquant’anni (sono un inguaribile ottimista) otteniamo circa diecimila sigarette: cosa ti hanno portato di buono?
Io ho acquistato circa una quarantina di pipe. Qualcuna l’ho regalata, qualcuna l’ho perduta e qualcuna (due pipe di schiuma che adoravo!) si è rotta, ma le altre sono tutte qui e a tutte sono legati dei ricordi. C’è la pipa che mi sono comprato quando mi sono rimesso a fare il libero professionista dopo la mia unica e breve esperienza di lavoro dipendente; la pipa che dura esattamente quanto il tragitto in traghetto dall’isola in cui vivo alla terraferma; la pipa di un amico che non c’è più (è orrenda, di marca sconosciuta, ma le voglio bene lo stesso); la chimney che mi sono comprato per le giornate di maestrale; le due Sasieni “four dot” — una liscia, l’altra sabbiata — che si sono riunite nella mia collezione dopo essere state separate dal Fato; la piccola e dolcissima Jantet che brucia sempre tutto il suo tabacco.. Vuoi che continui?
E, oltre ai ricordi, ci sono le amicizie: chi le pipe le crea e chi le utilizza, i maestri e i “compagni di scuola”. Persone — amici, spesso — con cui è bello incontrarsi e con le quali posso parlare di pipe e fumo se voglio, ma non necessariamente perché questo non è l’unico interesse che abbiamo in comune.
Per te è lo stesso, amico tabagista? Te, gli altri fumatori accaniti, ti fa piacere vederli o temi che possano scroccarti l’ultima sigaretta che ti rimane nel pacchetto? Le persone che fabbricano le sigarette che fumi, le conosci, ci vai a pranzo insieme? Io posso dire che fumare la pipa mi ha in una qualche misura migliorato la vita, tu puoi dire altrettanto? No? e allora perché non smetti o, almeno, perché non riduci la tua dose giornaliera?
Questo io non capirò mai di voi tabagisti: perché non riusciate a controllarvi. Non voglio dire che non si debbano avere dei vizi, anzi: da quando ho cominciato a scrivere queste righe, ho bevuto due bicchieri di Vodka, che sono sicuramente più della dose giornaliera consigliata, ma se la Vodka non ci fosse stata, mai e poi mai sarei uscito nel gelo di questa notte decembrina per procurarmene una bottiglia. La Vodka mi piace, ma non ne ho bisogno.
Forse, a questo punto, qualcuno di voi si starà chiedendo perché io racconti tutto questo a dei fumatori di pipa1. Una buona domanda. Il fatto è che il tabagismo non è l’unico caso di ostinazione maligna che affligge la nostra Società: c’è chi non lascia lavori che gli sono odiosi per paura di non trovarne altri, preferendo un male sicuro a un male possibile; chi non riesce a capire la differenza fra i termini “benessere” e “benestare” nemmeno dopo il primo infarto; chi pensa che ci siano dei successi maggior dell’essere un buon genitore. I “tabagisti” sono molti al giorno d’oggi e non tutti hanno una sigaretta in bocca.
Il precetto: 無爲 (“Wu wei”, nella trascrizione Pinyn) è l’insegnamento principale della filosofia taoista e si può tradurre come: “non forzare”, non opporsi all’alternanza di bianco e di nero; di Yin e di Yang; di [ciò che si crede] bene e di [ciò che si crede] male.
Riuscire ad applicare questo insegnamento in ogni azione della propria vita è prerogativa dei santi, ma cercare di rifuggire gli eccessi è un traguardo alla portata di tutti. Se qualcuno non lo raggiunge è perché non vuole.
Ovviamente né io né te, amico lettore.
Gli altri.

Note

1. Questo articolo è stato pubblicato nel numero 142 della rivista Amici della Pipa, nel Giugno del 2002.

02-06-2002