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Il concorso per il posto da Dio

Il concorso per il posto da Dio

Al concorso per il posto da Dio ci presentammo in tre: io, Enzo e un tizio di Roma, tale Vittorio. Un usciere, che puzzava di fumo come il flipper di un bar periferico, ci prese in consegna all’ingresso dell’edificio e ci guidò con passo stanco attraverso un dedalo di corridoi dai soffitti altissimi.
Vittorio chiese dove fossero gli altri candidati.
«Quali altri candidati?» rispose l’usciere. Il movimento delle labbra fece cadere la cenere della sigaretta che teneva in bocca.
«Tutta quella gente che c’era in cortile: saranno stati un migliaio.»
«Quelli sono del concorso per il posto di Cristo.»
Si fermò alla fine del corridoio e aprì una porta.
«Ecco, questa è la vostra aula.»
Nella “nostra aula” c’erano otto file da quattro banchi ciascuna: l’usciere disse a Vittorio di sedersi nel banco più vicino alla porta, io fui messo in mezzo mentre ad Enzo toccò un banco in fondo, vicino all’ultima finestra.
«E mi raccomando: durante la prova non parlate fra di voi e soprattutto non copiate.»
Uscì, chiudendosi la porta alle spalle. Io e Vittorio, che avevamo annuito coscienziosi alla sua ultima raccomandazione, ci scambiammo un’occhiata perplessa. Enzo, intanto, osservava un grosso ragno arrampicarsi sul termosifone alla sua sinistra.
Enzo lo avevo conosciuto andando a correre al parco, ma per quanto fosse ormai più un anno che ci vedevamo quattro mattine a settimana per allenarci, sapevo ben poco di lui. Come me, aveva perso il posto in seguito alla crisi, ma non sembrava preoccuparsene più di tanto anche se era chiaro che si trovava in condizioni economiche peggiori delle mie. Che avesse un figlio lo sapevo per certo, ma quando gli avevo chiesto di sua moglie aveva cambiato discorso, così ignoravo se fosse sposato, divorziato, vedovo o cosa.
Ero stato io a convincerlo a presentarsi al concorso. Non era stato facile (come ho detto, sembrava piuttosto soddisfatto del suo status di disoccupato), ma alla fine aveva accettato.
«Ti accompagno», aveva detto. «Tanto, non ho niente da fare.»
Dopo circa un minuto di silenziosa attesa, arrivò la commissione d’esame. Entrarono nell’aula in ordine gerarchico: per primo il Presidente, un tipo alto con una faccia da aviatore della Grande Guerra, pizzo brizzolato ed occhiali con lenti aggiuntive da sole. Dopo di lui entrò una donna, aspetto esteriore da funzionaria ministeriale, tailleur gessato e accessori di buona qualità, ma male accostati. Avrà avuto una cinquantina d’anni e sembrava non riuscire a dimenticarlo. Terzo ed ultimo fu un prete rubizzo con un giornale sottobraccio. Fu l’unico del gruppo che ci rivolse un gesto di saluto prima di prendere posto dietro al tavolo della commissione.
Il Presidente diede una scorsa veloce ai fogli che aveva davanti a sé, poi alzò gli occhi e chiese:
«Parenti?»
Ci guardammo l’un l’altro (per la precisione: io e Vittorio ci guardammo, Enzo era occupato a pulirsi l’interno dell’orecchio con una chiave), quindi fissammo stupiti il Presidente, che intuì la necessità di una spiegazione.
«Avete tutti lo stesso cognome: siete parenti?»
Rispondemmo di no, che non ci risultava nessuna parentela.
«Curiosa coincidenza.»
Annotò qualcosa sulla sua agenda, forse un appunto per ricordarsi di verificare la nostra affermazione, ma dal suo tono di voce non fu possibile capire se avesse creduto o meno a ciò che gli avevamo detto e che, comunque, era la verità.
«L’esame si compone di tre prove», disse poi. «Un test attitudinale, una prova scritta e una orale. Oggi ci sarà il test attitudinale, domani si terrà la prova scritta e mercoledì quella orale.»
Il prete alla sua sinistra sbirciava le notizie dal giornale (ripiegato sì, ma non troppo), la donna giocherellava con i suoi occhiali. L’impressione generale era di svogliato disinteresse.
«Tra un attimo la dottoressa vi consegnerà il materiale per la prova odierna.
La donna, chiamata in causa, smise di torturare i suoi occhiali, prese alcuni fogli e tre penne da un cassetto e ce li portò.
«Avrete a vostra disposizione quattro ore», disse il Presidente, poi guardò l’orologio. «Adesso sono le dieci e dieci: entro le quattordici e dieci dovete consegnare.»
Ci ricordò che non era permesso parlare fra noi, ci raccomandò di non copiare, ci augurò buon lavoro, poi si sedette e cominciò a confabulare sottovoce con il prete. Da come la dottoressa lo guardò, tornando al suo posto, capimmo (cioè: io e Vittorio capimmo, Enzo stava perfezionando la sua opera di pulizia auricolare con la clip del cappuccio della biro) che i due erano amanti o che lo erano stati.

Il test attitudinale consisteva in un questionario la cui prima domanda era:

Qual è la differenza fra transumanza e transustanziazione?

Considerai un buon segno che il test cominciasse con una domanda sulla transustanziazione: sapevo tutto sulla transustanziazione. Scrissi rapidamente la risposta e passai alla seconda domanda.
Bisognava completare la frase: “Predica verbum”. Facile. Mentre scrivevo, non potei fare a meno di chiedermi se si trattasse di un’esortazione rivolta a noi, poi lessi la domanda successiva. Se fossi stato il personaggio di un cartone animato, la mascella mi sarebbe cascata sul banco.

Chi paragonò i dogmi degli eredi gnostici a un mare popolato di Sirene?

In un impeto di clemenza avevano deciso di fornire tre risposte possibili, ma anche così non sapevo proprio che pesci pigliare. Eckhart no di sicuro, la scelta era fra Cirillo d’Alessandria e Ippolito di Roma: mi appellai al culo e optai per Cirillo che, non so perché, associavo in qualche modo alle sirene. Infilai senza problemi le domande successive finché non arrivai a:

È nato prima l’uovo o la gallina?

Domanda apparentemente fuori luogo, ma prevedibile, dato che in uno dei suoi libri il Presidente della commissione aveva usato proprio questo interrogativo come spunto per riempire un capitolo di dotte quanto tediose elucubrazioni sul libro della Genesi. Personalmente non condividevo il suo punto di vista, ma non era certo quello né il momento né il luogo per aprire un contenzioso, così sbarrai quella che sapevo essere la risposta esatta (inteso come participio passato del verbo esigere) e passai oltre.
Il quesito seguente era ancora di carattere tecnico:

Secondo voi, il numero di giorni necessario per la creazione dell’Universo deve essere:
1. sei, più uno di riposo
2. uno (se sei onnipotente, sei onnipotente..)
3. concordato anticipatamente con le rappresentanze sindacali

La domanda in sé non sarebbe stata un problema, ma quel: “secondo voi”, piazzato proprio all’inizio della frase, la rendeva subdolamente compromettente. Scegliere la risposta numero uno significava dichiararsi dei tradizionalisti, scegliere la numero due rivelava una sicurezza forse eccessiva, mentre optare per la terza risposta equivaleva ad ammettere il proprio opportunismo..
Scelsi la tradizione, ripromettendomi, però, di dare prova di apertura mentale e disponibilità alle innovazioni nelle risposte seguenti; un proposito che potei mettere in atto con la domanda:

Se doveste riorganizzare le strutture gerarchiche ecclesiastiche, a quale di queste organizzazioni vi ispirereste?
1. alla Mafia
2. ai Tontons Macoutes
3. al KGB

e la domanda:

Il venerdì non è permesso mangiare carne. Se doveste proibire anche una bevanda, quale scegliereste?
1. il vino rosso
2. i vini bianchi passati in barrique
3. la Coca Cola

Mi mantenni invece sul tradizionale con la risposta alla domanda:

Una delle leggi che avete dato al Vostro popolo, per un errore di traduzione o di trascrizione ha perso completamente di senso. Cosa fate?
1. fate una rettifica sui maggiori quotidiani
2. fate finta di niente
3. l’imponete come dogma

e alla domanda:

Siete stati scoperti a letto con una delle vostre sacerdotesse. Cosa fate?
1. fornite false generalità
2. vi trasformate in toro e lasciate che la donna sia accusata di zoofilia
3. con un terremoto, cancellate dalla faccia della Terra la città dove è avvenuto il fatto, affermando che si trattava di un covo di lussuriosi

Le domande seguenti erano piuttosto banali:

Avete litigato con il vostro popolo, fate la pace solo se:
1. si comportano bene per un migliaio di anni
2. si comportano bene per cinquecento anni
3. torturano e uccidono il vostro unico figlio

oppure:

Un terrestre, un marziano ed un Vulcaniano vi chiedono chi di loro sia stato creato a vostra immagine e somiglianza: cosa rispondete?

Poco dopo ero all’ultimo quesito:

Il vostro popolo eletto deve essere trattato:

Sorrisi leggendo le prime due risposte possibili (“Meglio degli altri popoli della Terra” e “Come gli altri: gli uomini sono tutti uguali di fronte a Dio”), quindi barrai la terza possibilità. Rilessi tutto controllando che non mi fosse sfuggito nulla, poi mi alzai per andare a consegnare il foglio. Mentre passavo, sbirciai il foglio di Vittorio e, con un certo sollievo, vidi che non solo era ancora piuttosto indietro, ma aveva anche sbagliato un paio di domande facilissime.
Poggiai il questionario sul tavolo della commissione, omaggiandoli del mio sorriso più accattivante e fu solo allora che mi ricordai di Enzo. Mi voltai per vedere a che punto fosse e lui era lì, alle mie spalle e aspettava che mi scansassi per consegnare il suo questionario.

Mentre camminavamo lungo i corridoi, resi un po’ meno squallidi dalla luce del primo pomeriggio, gli chiesi com’era andata e cosa pensasse delle domande.
«Interessanti, fu la sua ermetica risposta.»
Insistei, chiedendo cosa avesse risposto alla domanda sulle sirene, se Ippolito o Cirillo.
«Ah, perché, bisognava rispondere?»
Mi voltai a fissarlo stupito, ma lui continuò:
«Adesso andiamo a correre?»

Il giorno dopo, il rito si ripeté, almeno nelle sue componenti principali: arrivo anticipato, sigaretta prima di entrare (Vittorio), corridoi, sistemazione nei banchi, processione della commissione, Presidente che dà un’ultima ripassata alla parte e poi si alza in piedi.
«Oggi avremo la prova scritta.»
Pronunciò queste poche, ma illuminanti parole e restò per qualche secondo in silenzio, rapito da chissà quali pensieri. Per fortuna non durò a lungo: prese il foglio che aveva di fronte a sé e lesse le tre tracce. La prima:

Come organizzare il moto dei corpi celesti in modo che sembri avere una qualche relazione con gli eventi quotidiani.

La seconda:

Con dieci regole, private i vostri fedeli dei pochi piaceri che restano ad una persona intenzionata a salvaguardare il proprio sistema neurovegetativo.

E la terza, di carattere prettamente artistico:

Quali sono gli elementi del Creato di cui vorreste fare un’edizione riveduta e corretta?

«Il tempo per svolgere la prima e la terza traccia è di quattro ore, mentre per la seconda è di otto ore.»
Quasi a scusarsi per non essersene ricordato prima, aggiunse:
«Al fine di limitare le occasioni di plagio e in considerazione del fatto che il vostro numero coincide con quello dei temi proposti, questa commissione aveva pensato di assegnare a ciascuno di voi una traccia diversa. Se per voi va bene, ovviamente.»
Tacque e restò in evidente attesa di una nostra opinione al riguardo.
Ci dovevo pensare. Quando avevo sentito quale fosse la prima traccia, non vi nascondo che il cuore aveva cominciato a battermi più forte: scienza e superstizione erano un mio vecchio cavallo di battaglia e quel tema, a sfondo astronomico/astrologico mi dava la possibilità di mettere in mostra le piume migliori della mia coda.
Era un’occasione troppo ghiotta per buttarla via in nome di un quanto mai ingiustificato timore di plagi: a stento ci vedevamo l’un l’altro tanto eravamo distanti, figuriamoci se sarebbe stato possibile copiare. Decisi di votare contro la proposta del Presidente, ma un attimo prima di aprire bocca mi accorsi che Vittorio stava per fare altrettanto. Lui, d’altro canto, si accorse del mio prossimo favellare e così tacemmo entrambi, dando ad Enzo la possibilità di porre la sua domanda nel più assoluto silenzio.
«Se scelgo la terza traccia, posso avere dei colori e dei fogli di cartoncino?»
I membri della commissione si guardarono perplessi, poi il prete disse che sì, se lo riteneva necessario, e in considerazione del tema scelto, poteva richiedere i materiali che preferiva.
«Allora scelgo la terza traccia. Delle matite colorate e dei fogli di cartoncino bianco andranno benissimo.»
Cercai di contenere il mio disappunto, ma mi sentii avvampare: come si permetteva, Enzo, di decidere così, in piena autonomia? Mi preparai a controbattere tanta sicumera, annichilendola con la mia dialettica, ma Vittorio disse qualcosa che riportò la pace nel mio cuore.
«Be’, in questo caso.. e se agli altri va bene ovviamente.. io sceglierei il secondo tema».
Dunque era così stupido! Non si era insospettito per l’eccesso di tempo, non aveva visto cosa c’era in corridoio, non aveva capito che..
Mi accorsi che il Presidente mi stava fissando. Che tutti mi stavano fissando.
«E lei cosa ne pensa?»
La domanda, tradotta, significava: “Chi se ne frega di cosa pensi: loro sono in due e tu uno solo, quindi si farà come dico io”.
Non senza sforzo, plasmai la mia festosa sovreccitazione in un’espressione di benevole acquiescenza.
«Penso che sceglierò la traccia restante.»
Il Presidente espresse soddisfazione per la nostra scelta, poi chiamò l’usciere perché “procurasse i materiali”. L’uomo si recò ad eseguire l’ordine ricevuto, rientrando poco dopo con i fogli di cartoncino e i colori chiesti da Enzo, glieli consegnò, quindi tornò alla porta dell’aula, che aveva lasciato aperta.
«Un attimo che porto dentro il resto», disse.
Il Presidente annuì, neutro come uno shampoo per bambini. La dottoressa si alzò e venne a consegnarmi i fogli di carta e la penna. Tornando al suo posto passò vicino al posto di Vittorio che, ignaro, tese la mano, ma inutilmente. Prima che il romano potesse dare sfogo al suo disappunto, rientrò l’usciere, spingendo un carrello con sopra due lastre di granito. Guardò il Presidente e chiese:
«Queste a chi vanno?»

Scrissi per tre delle quattro ore a disposizione mentre l’ultima la spesi a ricontrollare le formule e a passare in bella copia le sette pagine che costituivano il mio tema. Nei rari momenti di pausa, mi voltavo a guardare Enzo e tutte le volte lo vedevo curvo sul suo foglio, intento a disegnare o a colorare. Un po’ prima che scoccasse la seconda ora, poi, si fece portare della plastilina e l’utilizzò per plasmare delle curiose figurine multicolori.
Vittorio non c’era bisogno che lo guardassi: il suo goffo martellio e le sue soffocate imprecazioni quando perdeva il controllo della mazzetta o dello scalpello (infierendo alternativamente sulla dura pietra e sulla tenera carne) accompagnarono quelle ore come il ticchettio di un metronomo sotto l’effetto di una cospicua dose di LSD. Quando, allo scadere della quarta ora, io ed Enzo consegnammo, lui era ancora a metà della prima tavola e dalla sua espressione si capiva che non ne sarebbe arrivato alla fine.
Non lo salutammo, ce ne andammo in silenzio e percorremmo l’ormai familiare dedalo di corridoi con la sua immagine ancora negli occhi, quasi che la vista di una simile disfatta avesse ampliato la durata media della ritenzione retinica.
«Ma stasera, dobbiamo fare allunghi o ripetute?»

Arrivò l’indomani e con esso la tanto temuta prova orale che avrebbe deciso l’esito del concorso.
La sera prima avevo avuto delle difficoltà ad addormentarmi, ma una volta chiusi gli occhi avevo fatto tutta una tirata e mi ero svegliato al mattino in forma perfetta. Mi confortava non poco sapere di essere il candidato più probabile alla vittoria: Enzo, che comunque non avevo mai considerato un pericolo, aveva lasciato in bianco il questionario e nella prova scritta era andato completamente fuori tema dato che, come mi aveva raccontato la sera prima, nelle pause di riposo fra un allungo e l’altro, il frutto delle sue quattro ore di lavoro era stato un variopinto gioco di società.
D’altro canto, Vittorio, che si era già dimostrato un avversario di poco conto in occasione della prima prova, con la sua scelta masochista del giorno prima aveva ridotto al minimo le sue possibilità di vittoria e, a meno di improbabili colpi di coda nell’esame orale, si sarebbe dovuto accontentare di un secondo posto che, nel nostro caso, equivaleva all’ultimo.
Mi feci la barba con calma e indossai quanto di meglio offrisse il mio guardaroba, quindi mi avviai verso quella che, avevo ragione di credere, sarebbe stata una giornata memorabile.

All’appuntamento nel cortile, mancava Vittorio. Io ed Enzo lo aspettammo per un po’, chiacchierando di tutto meno che del concorso, poi, quando attendere un minuto di più sarebbe significato arrivare in ritardo, ci consegnammo spontaneamente nelle mani del solito custode che ci scortò fino all’aula dove si sarebbero tenuti i colloqui.
«Avrà deciso di abbandonare», dissi, dimostrando in un colpo solo tutta la mia sagacia e il mio tempismo: voltato un angolo vedemmo Vittorio che, seduto su una panca del tipo di quelle che si trovano negli ospedali, sfogliava nervosamente uno dei libri di testo (operazione, questa, resa particolarmente difficoltosa dalla vistosa fasciatura in garza bianca che aveva su pollice e indice della mano sinistra).
«Ti aspettavamo fuori..»
«Sono arrivato prima e ne ho approfittato per rivedere alcune cose», rispose senza alzare gli occhi dal libro.
«Com’è andata ieri?» domandò incautamente Enzo, e stavolta Vittorio gli occhi li alzò, fissando il mio amico con l’espressione socievole che può avere un leone aggredito nel suo territorio. Per fortuna, proprio in quel momento la porta dell’aula si aprì e il prete fece segno a Vittorio di entrare.
«Avanti, su, tocca a lei.»
«Perché proprio io?»
«Avete tutti e tre lo stesso cognome: abbiamo estratto a sorte.»
Vittorio si alzò rabbioso ed entrò nell’aula, tirandosi dietro la porta. Mi voltai verso Enzo e vidi che aveva raccolto il libro di Vittorio e che lo stava sfogliando distrattamente.
«Enzo, certo che pure tu..»
Era mia intenzione fare alcune considerazioni riguardo la sua inopportuna domanda, ma lui non me ne diede modo.
«Guarda che bella questa figura!» disse, spalancandomi il libro davanti agli occhi.
«È una delle illustrazioni di Gustave Dorè per la Divina Commedia.»
«E che cos’è: l’Inferno, il Purgatorio o il Paradiso?»
Fui io, stavolta, a piazzargli il libro davanti agli occhi.
«Ci sono due signori cornuti che brandeggiano dei forconi: visto che Dante non parla mai di pic-nic aziendali, direi che è lecito supporre che si tratti dell’Inferno.»
«Ah, già.»
Studiò meglio l’immagine, mentre io mi sedevo accanto a lui. Fu solo allora che sentimmo un tonfo molto simile al rumore prodotto da un pugno sul piano di una scrivania e la voce di Vittorio che gridava qualcosa di poco lusinghiero a proposito di Origene e dell’oracolo di Balaam. Ci furono alcuni secondi di silenzio, poi la porta dell’aula si spalancò e la voce prese corpo, suscitando in me lo stesso immotivato stupore che provo quando il conduttore di un programma radiofonico compare in televisione.
I termini con cui si espresse quella voce incarnata mi sconsigliano dal dare un resoconto troppo dettagliato degli attimi seguenti; per quello che è il nostro interesse specifico, riferirò solo che i due temi principali della sua esternazione erano una presunta congiura ai suoi danni e la sua prossima, implacabile vendetta: l’invalidazione del concorso.
Quando ritenne di aver esposto le sue ragioni con sufficiente completezza, Vittorio chiuse la porta dell’aula con vigoria ben maggiore a quella necessaria e si avviò con passo rapido e deciso verso l’attuazione pratica delle sue minacce. Solo dopo che anche l’ultima eco dei suoi passi si fu spenta, la porta dell’aula tornò ad aprirsi e il prete mi fece cenno di entrare. Mentre gli passavo davanti ebbi modo di guardarlo in volto: il suo aspetto era controllato, ma i suoi occhi rivelavano chiaramente le devastanti conseguenze che aveva prodotto sul suo equilibrio psichico la prova appena subita.

Entrando nell’aula notai come questa, a differenza di quella dei giorni precedenti, fosse avvolta da una lieve penombra. I quattro occhi del Presidente (due da vista e due da sole) mi scrutavano severi.
«Prima che il colloquio abbia inizio ci tengo a precisare, naturalmente a nome di tutta la commissione, che questo non è un tribunale della Santa Inquisizione.»
Il tono della sua voce, mentre pronunciava queste ultime parole, fece chiaramente capire da che parte si sarebbe schierato se certe simpatiche usanze fossero tornate in auge.
«D’altro canto, la delicatezza e l’importanza dell’incarico affidatoci, impongono una severità che in alcun modo, ripeto: in alcun modo potrà essere eccessiva.»
Fino a quel momento era stato in piedi. Tornò a sedersi.
«In quest’ottica, quindi, se io le chiedessi cosa lega Origene all’oracolo di Balaam, la mia non dovrebbe essere intesa come una domanda ingiustamente feroce, bensì come un adeguato metro di giudizio per misurare la preparazione del candidato. È d’accordo?»
«Senz’altro», dissi io.
«Bene, e allora mi dica: cosa lega Origene all’oracolo di Balaam?»
Risposi prontamente e, dato che c’ero, ne approfittai per buttare lì una citazione a memoria dallo studio Ritorno all’Origene, cosa che riempì di legittimo orgoglio l’autore dello studio medesimo, il quale, da quel momento, smise di sbirciare il giornale che aveva subdolamente piazzato alla sua sinistra e fissò i suoi pingui occhietti di curato sulla mia persona.
Mi fecero altre domande, sempre più capziose, spaziando da Melitone dei Sardi ad Anastasio il Sinaitico, per finire poi con uno spettacolo pirotecnico dedicato a Paolino da Nola e Gregorio di Elvira.
Io non sbagliai una risposta e anche se ovviamente mi sembrò piuttosto strano quell’accanimento sui Padri della Chiesa, sentii di avere in tasca la vittoria. Alla fine sembrarono arrendersi: la dottoressa si levò gli occhiali e li lasciò pendere dal suo prosperoso seno come un arrampicatore da uno sperone di roccia; l’autore dello studio Ritorno all’Origene si passò un fazzoletto spiegazzato sulla fronte imperlata di sudore; il Presidente, dal canto suo, rimosse le lenti da sole dai suoi occhiali e le ripose in una custodia di plastica grigia.
«Bene», disse poi. «Le facciamo un’ultima domanda prima di congedarla.»
Annuii mentre dentro di me si agitavano emozioni simili a quelle che deve provare un vampiro alla vista di una vergine dormiente.
«Chi paragonò i dogmi degli eredi gnostici ad un mare popolato di sirene?»
«Nel mio questionario ho risposto Cirillo Alessandrino», dissi io.

«Allora, com’è andata?» chiese Enzo.
Sbattei un paio di volte le palpebre mentre i miei occhi si adattavano alla differenza di luce.
«Tocca a te», risposi. «Dài, entra.»
Enzo eseguì prontamente, lasciandomi il libro che stava leggendo. Lo sguardo mi cadde su un nome in maiuscoletto, lessi tutto il paragrafo:

..e Cirillo Alessandrino, come abbiamo già accennato, chiama “sirene” i maestri del paganesimo greco.

Ecco spiegato come mai collegassi Cirillo alle sirene..
Per quanto, almeno a sentir loro, la cosa grave del mio questionario non era stato quel “piccolo, insignificante errore”, quanto piuttosto quella che il Presidente della commissione aveva definito: “la propensione ad accontentare tutti”.
«Le sue risposte sono sempre ambigue, ambivalenti», aveva detto. «Le poche volte che una domanda diretta la costringe a prendere una posizione definita, subito la sconfessa o l’attenua nella risposta alla domanda successiva, quasi che non voglia scontentare nessuno o, peggio, che abbia qualcosa da nascondere.»
Avevo ribattuto di non aver nulla da nascondere e lui era sembrato prendere atto della cosa.
«Certamente, nel nostro giudizio su di lei non potremo non tenere conto della sua eccellente preparazione, ma questo non è un quiz televisivo e la conoscenza della Verità è nulla se non si possiede il nerbo per applicarla. Lei certamente conosce la frase: “In cuor suo Dio onnipotente vorrebbe che certe cose non avvenissero, ma impedirle non può perché è stato da lui stesso deciso”. Avrebbe il coraggio di decidere pestilenze, olocausti, carestie, finali del campionato del Mondo di calcio come quella del 1990 o piuttosto agirebbe da accorto politico, piegando non già la Storia ai suoi principi, ma questi ultimi alla convenienza del momento?»
«Capisco cosa vuole dire», avevo risposto, pentendomene immediatamente.
«Lo vede? La sua risposta è neutra, buona tanto per il sì quanto per il no. Io la sto attaccando e lei cerca ancora di imbonirmi. Sul suo biglietto da visita ci dovrà essere scritto: “Signore degli eserciti” e un signore degli eserciti non può essere acquiescente, lo capisce o no?»
«Capisco solo che la sua foga in questa questione mi sembra eccessiva», avevo risposto, acido. «Quello che invece non capisco è se il suo risentimento sia dovuto a invidia nei miei confronti perché ne so più di lei, se sia solo lo sfogo di uno che è stato incastrato a fare l’esaminatore per un posto che voleva per sé o, molto più semplicemente, derivi dal fatto che lei ieri sera non è riuscito a fare il suo dovere con la signora qui presente.»
Detto ciò, mi ero alzato e mi ero avviato verso la porta. La dottoressa era arrossita di indignazione e vergogna, ma la reazione del Presidente era stata meno prevedibile.
«Bella risposta», aveva detto, calmo, laddove io mi aspettavo come minimo una sfida a duello. «Se avesse avuto questa determinazione fin dall’inizio, il posto non gliel’avrebbe levato nessuno. Può andare.»
Vedeva benissimo che stavo per andarmene, aveva detto così solo per sottolineare la mia sconfitta.
Arrivato alla porta mi ero voltato e avevo chiesto se la frase che aveva citato poco prima fosse di Sant’Agostino.
«Buzzati», aveva risposto la dottoressa.

Il doloroso flusso dei ricordi fu interrotto dall’arrivo di Enzo.
«Andiamo?» chiese, senza che nulla, nel suo modo di fare, lasciasse intuire quale fosse stato l’esito del colloquio. Glielo domandai.
«Così..»
«Così non è una risposta», obiettai mentre affrontavamo per l’ultima volta il serpentone di corridoi che ci avrebbe ricondotti all’esterno.
«Non avevano capito che si trattava di un gioco.»
Si riferiva al suo elaborato del giorno prima.
«Quando gliel’ho spiegato hanno cominciato a farmi un sacco di domande sul ruolo dei pezzi e sui loro movimenti. A un certo punto mi sono annoiato e sono venuto via.»
Ora eravamo fuori, nel caldo piacevole della mattina di inizio estate. Io, che ero in giacca e cravatta, mi resi conto che di lì a poco avrei cominciato a sudare, ma ormai non aveva più alcuna importanza. Curiosamente, in quel momento, c’era solo una cosa che mi interessasse.
«Ma lo scopo del gioco, del tuo gioco: qual è?»
Enzo scavalcò con attenzione una fila di formiche, poi sorrise.
«Curioso», disse. «È la stessa domanda che mi hanno fatto loro.»

Quando mancava un chilometro alla fine, cominciai a pensare che ce l’avrei fatta, anche se avevo le gambe piene di acido lattico e il mio sistema cardiovascolare minacciava di intentarmi causa. Ancora un chilometro: meno di quattro minuti, a quell’andatura.
A settecento metri dovetti combattere con la tentazione di voltarmi a guardare quanto spazio mi separava da Enzo, ma resistei indomito: non sentivo il rumore dei suoi passi e questo mi doveva bastare.
A cinquecento metri dal traguardo abbandonai ogni scaramanzia e ammisi con me stesso che quella era la volta buona in cui avrei messo fine ad una ignominiosamente lunga serie di sconfitte.
A quattrocento metri cominciai a vedere chiaramente l’arrivo malgrado la luce incerta della sera.
“L’equivalente di un giro di pista ed è fatta”, dissi a me stesso. “Ancora un giro di pista”.
Trecento metri alla fine: riuscii a trovare la forza per accelerare ancora un po’. Probabilmente mi avrebbero portato via in barella, ma ne sarebbe valsa la pena.
Duecento metri ancora. Davanti a noi i bambini si scansavano veloci sulle loro biciclette mentre gli altri corridori ci osservavano con riverenza.
Cento metri.
“Ho vinto!” pensai.

«Sicuro che stai bene?»
Enzo mi aiutò a rialzarmi.
«Sì, sì», risposi senza nessuna riconoscenza. «Non so come, ma non mi sono fatto nemmeno un graffio».
«Ma cosa ti è successo? Io ho visto solo che cadevi..»
«Una foglia, un’enorme, maledetta foglia mi si è incollata alla faccia e mi ha fatto perdere l’equilibrio.»
Mi appoggiai a lui per camminare. Anche se non mi ero fatto né tagli né abrasioni avevo comunque preso una bella botta.
«Una foglia?»
«Una foglia, Enzo. Sai quelle cose verdi che stanno attaccate agli alberi?»
«Quelle che cascano in autunno?» chiese lui, depositando i miei resti mortali accanto all’automobile. Mi tolsi la canottiera sporca di sudore e terriccio e mi infilai una maglietta pulita.
«Allora? Una foglia morta a Luglio?»
«Senti: hai vinto, va bene? Bravo, bella botta di culo. Adesso fammi fare stretching in pace».
«Volevo solo capire. Sei rotolato per quasi cento metri..»
«Esatto, quasi cento metri. Se fossero stati cento metri avrei vinto io».
«Al tuo posto ringrazierei il cielo di non essermi fatto niente».
Si strinse nelle spalle, poi cominciò a stirare il quadricipite sinistro.
Andammo avanti così per un po’: io recriminavo, mentre Enzo sosteneva la tesi che, anche se non avevo tagliato il traguardo, dovevo considerarmi il vincitore morale di quella sfida; alla fine ci incamminammo verso la fermata dell’autobus.
«Sicuro che non vuoi un passaggio?» chiesi.
«Non ce n’è bisogno, davvero. E poi, guarda, sta già arrivando».
«Sei fortunato, è vuoto».
Si trattava veramente di un evento eccezionale visto che quell’autobus, di solito, era stracolmo di persone.
«È un po’ che è così», disse Enzo e, mentre saliva a bordo trascinandosi dietro la sua vecchia borsa maleolente, aggiunse:
«Sarà l’estate».
Ci stringemmo la mano, poi lui andò a sedersi su uno dei sedili di fronte alla porta centrale e fu allora che successe la cosa strana: prima che le porte si chiudessero, sentii l’autista dirgli:
«Dove vuole che la porti, ora, signore?»
Quale fu la sua risposta non lo seppi mai: le porte si chiusero e io potei vedere solo le sue labbra muoversi prima che l’autobus partisse con un sussulto e si allontanasse lentamente lungo il viale alberato.

02-01-1996