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Saggi

Vice-valori

Chiunque abbia letto qualche libro di storia sa bene che le peggiori manifestazioni dell’animo umano — furti, violenza, sopraffazione, egoismo e così via — non sono appannaggio esclusivo di questo periodo storico, ma erano presenti, faccio per dire, anche nel Giappone dell’era Meiji, nella Francia del 1200 o nella Roma papalina del diciassettesimo secolo. Questo innegabile dato di fatto può spingerci a credere che determinati atteggiamenti deteriori non siano nulla di nuovo e che l’unica differenza fra i malandrini del passato e quelli del terzo millennio sia la foggia degli abiti indossati, ma non è così. I malfattori dei secoli passati sapevano di essere mal-fattori. Sapevano, o per lo meno, avevano la possibilità di sapere, che quanto stavano facendo era sbagliato, contrario alle regole del vivere civile. Come la Medea di Ovidio, vedevano il bene, ma per-seguivano il male. Forse, in un remoto angolo della loro coscienza, se ne vergognavano anche. I malfattori moderni non sono altrettanto fortunati: chi segue il male, al giorno d’oggi, riceve costantemente dei segnali che, se malintesi, possono portarlo a credere di essere nel giusto; di agire magari in maniera non proprio ortodossa, ma con uno scopo meritorio. Condivisibile. Nobile, perfino.

Saltiamo di palo in frasca: io credo che tutte le attività dell’uomo che comportano una qualche forma di comunicazione, sia essa mono o bi-direzionale, possano essere catalogate in tre categorie distinte:

L’appartenenza di un’opera all’una o all’altra categoria è del tutto indipendente dal mezzo espressivo adottato e dipende unicamente dagli scopi che si prefigge la comunicazione: il marketing dà all’uomo ciò che gli fa comodo; la decorazione gli dà ciò che gli fa piacere; l’arte gli da ciò di cui ha bisogno.
Traslando tutto ciò in campo alimentare, potremmo paragonare il marketing al “Big Menu” di un fast-food, la decorazione a una bottiglia di vino divisa fra due amici e l’arte all’alimentazione dei calciatori durante i ritiri. Il cibo del fast-food riempie lo stomaco, ha un buon sapore sintetico, ma in termini nutritivi è piuttosto povero e, in caso di assunzione prolungata, può essere dannoso per l’organismo. La bottiglia di vino, se la si beve in due, può produrre un piacevole stato di ebbrezza, ma in termini nutritivi è pressocché nulla e, come per il cibo del fast-food, l’uso prolungato, può causare dei seri danni all’organismo. Al contrario, l’alimentazione dei calciatori professionisti (seguiti quindi da un esperto nel campo della nutrizione) ha un buon sapore, non ha effetti collaterali e permette al giocatore di sfruttare al massimo sia l’allenamento che le proprie capacità.

Io credo che (tenete bene a mente questo preambolo, perché qui non sto propugnando verità incontestabili, ma solo l’opinione di un tizio che, a metà di pagina uno, è già al suo terzo bicchiere di Vodka) rientrino nella categoria del marketing tutte le opere fatte con l’intento di piacere. Non importa chi siano le persone a cui l’opera deve piacere; può essere la maggioranza del popolo bue, o anche una ristretta minoranza di fanatici estremisti: ciò che conta è il contenuto della comunicazione. Se l’opera dà al suo pubblico ciò che gli fa comodo o ciò che il pubblico vuole sentirsi dire (spesso le due cose coincidono), siamo di fronte a un caso di marketing. Al terzo bicchiere di Vodka, i primi due esempi di marketing che mi vengono in mente sono il settimanale Cronaca Vera e le film di Michael Moore. Intendiamoci: a me, Cronaca Vera piace e ne compro sempre una copia tutte le volte che faccio un viaggio in autostrada, ma il tipo di informazione che fornisce è qualunquistica, studiata per accattivarsi il lettore medio della rivista. Le film di Michael Moore — con uguale intensità, ma con verso contrario — sono pensate per piacere ai buonisti. Ipotizzano complotti, suggeriscono correità della lobby petrolifera, rivelano la natura sostanzialmente commerciale della guerra, ma si guardano bene dal dire che se la gente — tutta la gente, comprese le persone sedute in platea — usasse di meno l’automobile e tenesse più basso il riscaldamento (o l’aria condizionata, a seconda dei casi), forse non ci sarebbe stato bisogno di farla, una guerra per il petrolio.

Mentre il marketing è sicuramente maligno, il carattere della decorazione non è necessariamente negativo, a patto che non la si scambi per arte. La decorazione non è un fine, ma un mezzo per raggiungere uno scopo. Tramite la decorazione l’animo si placa, le percezioni si affinano e si può così giungere al fine ultimo delle attività cosiddette del genio, che è l’arte. Anche qui, due esempi: il cubismo e il monumento funebre del Generale Nogi Maresuke. Quando chiesero al monaco buddista Nantembo Toju (sulle “o” e sulla “u” ci andrebbe un trattino) di dipingere un’iscrizione che commemorasse il Generale Maresuke, suicidatosi la notte del funerale dell’Imperatore Meiji, Nantembo, che era stato un compagno di studi di Maresuke, ne fu estremamente onorato, ma prima di cominciare a dipingere, “he drank a huge amount of sake to get into the proper frame of mind”1.

Ecco, io credo che la decorazione sia proprio quello huge amount of sake bevuto da Nantembo: qualcosa che, in determinate circostanze, ti mette in condizione di entrare nel corretto schema mentale per realizzare un’opera d’arte; la statua del Dio greco posta nel talamo in modo che la donna, guardandola nel momento del concepimento, possa generare qualcosa di altrettanto bello. Faccio un secondo esempio, utilizzando le opere di un artista sicuramente più noto di Nantembo: Pablo Picasso. Io credo (e qui è meglio che mi copra con un telo di nylon, così, quando comincerete a tirarmi i pomodori, non mi macchiate la Lacoste) che i quadri del cubismo cosiddetto “analitico” siano, in sé, in-significanti. Prendete, ad esempio, la Natura morta con sedia impagliata del 1912 o la Natura morta verde del 1914: cosa significano? Da un punto di vista tecnico, storico o artistico, sicuramente moltissimo, ma in sé, nessuno di questi due quadri ha il minimo significato. Si tratta di studii, occasioni per sperimentare una nuova forma di comunicazione, ma non è arte. Ho scelto apposta, come esempio, due nature morte perché la natura morta è il soggetto di studio che si utilizza quando si deve apprendere una tecnica, ed è questo che, io credo, stava facendo Picasso in quel periodo: studiava. Con la stessa umiltà con cui gli studenti delle accademie di belle arti affinano la tecnica pittorica canonica, riproducendo i modelli che hanno davanti agli occhi, Picasso affinava il suo nuovo modo di vedere il mondo, analizzando (appunto) delle forme insignificanti come “strumenti musicali, oggetti, pipe, tavolini con nappe, bicchieri, chiodi”2. Non è un caso, io credo, che il teschio che doveva comparire al centro de Le Damoiselles d’Avignon sia stato eliminato nella stesura finale. Se ne Le Damoiselles ci fosse stato un teschio, sarebbe stato il corrispettivo, nel nuovo linguaggio cubista, della frutta marcita nelle nature morte di Caravaggio. Se ci fosse stato un teschio, Le Damoiselles sarebbe stato arte.

Faccio un breve inciso.

L’utilizzo improprio delle parole è uno dei mali peggiori del nostro tempo: si parla di “successo”, senza specificare se ciò che è successo sia buono o cattivo; si parla di “prestigio”, dimenticando che il significato originale di questo termine è quello di illusione dovuta a sortilegio o magia; si dice “i film”, senza pensare che “film” si traduce con: “pellicola”, sostantivo femminile.. Allo stesso modo, la parola “artefatto” ha assunto un significato contrario a quello che aveva in origine. Se chiedo a Word dei sinonimi per artefatto, ottengo: fittizio, falso, fasullo, artificiale, falsificato, laddove arte-fatto, lo dice la parola stessa, vuol dire: fatto ad arte3.

Torniamo a Picasso, con una domanda: quand’è che gli arte-fatti cubisti diventano arte? Risposta: quando la gente comincia a morire. Il cubismo non è niente, artisticamente parlando (almeno nella mia personalissima accezione del termine “artistico”), fino a che il nuovo linguaggio non è utilizzato per descrivere la sofferenza di una città bombardata. Fino a che il teschio, occultato, non torna al centro del quadro. Finché il teschio non diventa il quadro. Se vi avanzano due soldi (beati voi) prendete un aereo e andate a Madrid. Posso offrirvi tre buone ragioni per far ciò: le donne spagnole, il cibo spagnolo e i musei. Nell’ordine.
Dopo aver ammirato le donne, dopo aver mangiato il cibo e dopo aver bevuto il vino e la birra spagnoli, andate al Prado, e studiatevi Los fusilamientos del 3 de mayo; fatto ciò, andate al museo Reina Sofia e, con Goya bene in mente, guardate Guernica. Quello degli abitanti di Guernica era un nuovo modo di morire, e doveva essere descritto con un nuovo linguaggio. Il cubismo, ormai trentenne, trova in quel momento la sua strada: diventa adulto, diventa arte.

Da qualche parte, nella Bibbia, c’è scritto: “Chi non parla di me, non parla affatto”. Io non credo nel Dio della Bibbia, ma credo, e ci credo fermamente, che se un’opera non parla del rapporto dell’uomo con Dio, non è arte: è decorazione. Meravigliosa decorazione, arte-fatto, virtuosismo perfetto, ma non è arte. Dietro a Guernica, al Reyna Sofia, c’è un quadro di Mirò, pochi tratti e colori primari su un grande sfondo bianco. Io amo Mirò e ho un grande debito di riconoscenza nei confronti di quel quadro, ma non me la sento di definirlo arte. Se qualcuno fa: “BU!” alle tue spalle, può spaventarti; se ti carezza i capelli può farti rilassare, ma ciò che tu avrai dopo il suo intervento non sarà nulla di più di quanto avevi prima. Al contrario, una comunicazione deve lasciarci qualcosa; deve, in qualche modo, modificarci, renderci migliori, più consapevoli. È questo, che fa l’arte. È questo, almeno, ciò che dovrebbe fare.

Si sente dire spesso che l’arte è morta. Fregnacce. L’arte non può morire, perché l’arte è la tensione dell’uomo verso il divino, il tentativo di rappresentare, razionalizzare, rendere tangibile o in qualche modo comprensibile ciò che non lo è affatto: il significato della nostra stessa esistenza. Come il canto, la religione e la ragazza che cammina sottobraccio al suo ragazzo, tenendogli la mano nella tasca posteriore dei jeans, l’arte è un universale antropologico: finché ci saranno uomini, ci sarà arte. Quindi, non è vero che non ci sia più arte; è vero, se mai, che non c’è più mercato, per l’arte, perché l’arte non è un buon affare, in questo momento storico.
Come ho detto prima, l’arte dà (o meglio: deve dare) al suo pubblico ciò di cui il pubblico ha bisogno, ma, in questo momento storico, ciò di cui il pubblico ha bisogno è precisamente il contrario di ciò che il pubblico desidera. Guardate le riviste che parlano di diete. Ce ne fosse una, che dica: “mangiate di meno e muovetevi di più”. No: sono tutte lì a proporre diete fantasiose che richiedono un minimo impegno e che forniscono risultati altrettanto minimali. Questo perché le persone vogliono le cose, ma non vogliono fare il minimo sforzo per ottenerle. Vorremmo tutti meno traffico, ma parcheggiamo tutti in doppia fila. Vorremmo tutti debellare la fame, ma seguitiamo a figliare. Odiamo tutti la guerra, ma con il nostro comportamento la rendiamo necessaria. Quanti, dei giornalisti che questa estate hanno scritto pezzi allarmistici sulle variazioni climatiche, hanno rinunciato all’aria condizionata in ufficio, o in auto? Vorremmo, certo, che le cose andassero per il verso giusto, ma da sole, o per l’intervento risolutore di un’entità esterna che, con un colpo di bacchetta magica, rendesse possibile il prodigio della botte piena e della moglie ubriaca.

Stando così le cose, in questo momento storico, l’arte, per assolvere al suo compito, dovrebbe dire: “comportatevi in maniera responsabile” e questa è una cosa che nessuno vuole sentirsi dire, perché, in questo momento storico, agire in maniera responsabile significherebbe rinunciare alla macchina, aggiustare il rubinetto che perde, abbassare il riscaldamento e nessuno è disposto a sacrificarsi a tal punto per il bene comune. Egoismo? in parte. Stupidità? anche, ma non solo questo.
S. Agostino, nelle sue Confessioni (non posso andare a cercare il punto preciso, se no, la sveglio), per dimostrare che il bambino appena nato è pregno di peccato originale, dice che, lasciato a sé stesso, il neonato succhierebbe il latte della madre fino a farla morire. Ora, io non so se sia mai successo che una madre sia morta a causa di una poppata particolarmente avida, ma ha poca importanza: ciò che conta è che, in questo momento storico, sia che noi poppiamo, sia che non poppiamo, qualcuno lo facciamo morire. Dite di no? Va bene, lasciamo stare le rinunce impossibili, tipo l’auto o il riscaldamento, e prendiamo un oggetto del quale, poco più di dieci anni fa, facevamo benissimo a meno: il telefono cellulare. Ipotizziamo di rinunciare al telefono cellulare: quanta gente non avrebbe più lavoro? E qui, come per magia, torniamo al tema iniziale.

La ragione per cui è così difficile comportarsi bene, al giorno d’oggi, è che, se ci comportassimo bene, un sacco di gente farebbe la fame, e questo una società civile non può permetterlo. Come la madre nell’esempio di Sant’Agostino, la società moderna ha preferito morire, piuttosto che lasciare morire i suoi figli. È la società che è morta, non l’arte. Una società viva è un insieme di individui, mentre quello in cui viviamo oggi è un insieme di egoismi. In una società viva, le leggi tendono a favorire il bene comune; in una società morta, le leggi e i valori puntano solo al benessere individuale. Per chiunque possegga un televisore, l’antico dilemma fra avere ed essere, è bello che risolto. Gli schemi di valori che hanno retto la società civile per migliaia di anni sono stati spazzati via a colpi di spot e sono stati sostituiti da nuovi valori, più trendy: auto, telefoni, schermi al plasma. La società del top di gamma è diventata così l’incarnazione di un verso di Breathe, dei Pink Floyd:

All you touch and all you see It’s all your life will ever be

Gli effetti collaterali di questo cambio di prospettiva sono sotto gli occhi di tutti. Se la tua vita è solo ciò che tocchi e ciò che puoi vedere, la tua vita non ha più senso, perché alla fine morirai e tutti i beni che avrai accumulato non potranno né ritardare né rendere meno drammatico il momento del trapasso. Se mai, il contrario.

È questa la ragione per cui la nostra società cerca in ogni modo di nascondere e combattere la morte: perché la morte rivela la falsità dei valori in cui deve credere la gente. E la stessa cosa la fa l’Arte. Così com’è, Le Damoiselles di Picasso non è che la rappresentazione di un gruppo di prostitute in un bordello, ma se ci fosse stato il teschio, al centro della scena, il significato del quadro sarebbe stato inequivocabile: una contrapposizione fra le pulsioni carnali della giovinezza e l’inesorabile punto di arrivo di quella parabola ascendente. Così com’è, il messaggio comunicato dal quadro è: “Oh, Matisse, guarda un po’ cosa mi sono inventato!”; se ci fosse stato il teschio, al contrario, il messaggio sarebbe stato: “Amico mio, d’accordo: adesso sei giovane e vai a puttane, ma ricordati che o prima o poi morirai, perciò, cerca di dare un senso alla tua vita”.

La maggior parte della gente ritiene che il comandamento: “Ricordati di santificare le feste” significhi: “Vai in Chiesa la domenica”, ma non è così. Il significato originale del Comandamento, prima che il marketing della Chiesa Cattolica ci mettesse lo zampino4, era: “Pensa agli affari dal lunedì al venerdì, il sabato vai pure a fare shopping, ma almeno un giorno alla settimana, dedicalo alle attività spirituali”. Dico ciò perché non vorrei che, a questo punto, poteste pensare che io stia auspicando un ritorno all’Origene o, peggio, uno stato di tipo comunista. Non è così. La nostra società non può sussistere senza un certo grado di consumismo, ma, d’altro canto, noi stessi non possiamo sussistere come individui senza un certo grado di spiritualità. Non domandarsi perché siamo qui, quale sia il nostro ruolo, nell’ambito dell’Universo, è come non guardare il proprio estratto conto per paura di essere in rosso: ignoriamo il problema, ma il problema rimane. Io credo che sia possibile reintrodurre dei valori spirituali nella nostra società, senza ri-cadere in anacronistici ascetismi medievali e senza s-cadere nel fanatismo religioso. Una spiritualità non fanatica non è in contrasto con il nostro modello economico, anzi, può integrarlo rendendolo meno disumano.

C’è una canzone degli indiani Navaho che dice:

In modo sacro io vivo I miei cavalli sono molti

È questo, io credo, a cui dobbiamo arrivare: uno stato di benessere che non ignori, o, peggio, debba ignorare le pulsioni spirituali.

Ben-essere, non ben-avere.

Pensateci.

Note

1. S. Addiss, The Art of Zen - Harry N. Abrams Inc, 1989.
- Non ho tradotto la frase perché credo che huge renda meglio l’idea.

2. G. Stein a proposito delle opere di Picasso e Braque di quegli anni.

3. Molti dei concetti riportati in questo articolo derivano dai saggi di simbolica e arte di A. K. Coomaraswamy, Il grande brivido - Adelphi, 1987; spero, in un prossimo articolo, di poter dettagliare le differenze fra il suo modo di vedere le cose e il mio.

4. B. Ballardini Gesù lava più bianco - Minimum Fax, 2006.

03-01-2012