Virtual C@naro

Elefantentreffen 1999

Terzo giorno

Quando, appena sveglio, mi affaccio alla finestra e vedo passare un trattore con le catene, capisco che mi aspetta una giornata difficile. Non nevica più, ma tutto intorno ci sono almeno dieci centimetri di quella robaccia bianca, umida e scivolosa che, chissà perché, una volta trovavo così poetica. Mi faccio una doccia (calda!), scendo a fare colazione, quindi torno in camera e finisco di fare i bagagli. Nel frattempo il suono di marmitte non proprio regolamentari mi avvisa del ritorno dei ragazzi di Bergamo che, infatti, trovo all’uscita della pensione, anche loro in procinto di partire. Ci avviamo insieme, ma dopo poco le nostre strade si dividono: loro puntano a Sud, verso il Paese del Bel Canto mentre io imbocco con cautela e trepidazione la rampa che porta dalla statale all’autostrada per Salisburgo. Con mia grossa gioia scopro che l’asfalto dell’autobahn è perfettamente pulito e che, malgrado il traffico piuttosto intenso (è sabato e l’autostrada è piena di gente che va a sciare), la guida non presenta particolari difficoltà. Faccio appena in tempo a pensare: "Beh, se continua così, potrei essere al raduno per le…", che all’orizzonte si profila un rallentamento. Scordandomi di non essere in Italia a ferragosto, quasi mi rallegro della cosa, pensando che almeno così non corro il rischio di finire travolto da un pullman di sciatori in uscita dall’iperspazio, ma dopo poco devo ricredermi. Infatti, man mano che vado avanti, la quantità di neve fra le auto incolonnate aumenta e con lei la difficoltà di guida, tanto che alla fine sono costretto a mettermi in fila anch’io, mentre comincia a nevicare.
Valuto la situazione: in un’ora ho fatto circa venti chilometri, pochini. Continuando di questo passo non riuscirò ad arrivare al raduno in giornata, quindi, se le cose non migliorano, dovrò abbandonare. Nevica sempre più forte e la fila è sempre più lenta. Decido di uscire appena possibile, ma quando arrivo a uno svincolo cambio idea e provo ad andare avanti ancora un po’. Nel frattempo la temperatura si è abbassata e io sto tremando dal freddo malgrado abbia incrementato gli strati di pile fra la mia pelle e l’esterno. Mi chiedo cosa succederebbe se la moto si fermasse adesso: la corsia di emergenza è coperta da quasi un metro di neve e non ci sono ponti in vista sotto i quali ripararsi.
A scopo apotropaico, enumero mentalmente tutti i possibili guasti che potrebbero sopraggiungere a causa delle avverse condizioni climatiche, quindi cerco di confortarmi pensando che quello è un clima innaturale per me, ma non per la Baviera dove "Die Schwarzefrau" é stata concepita (come gagliardamente testimonia la foto del sito BMW dove Max Friz è ritratto in sella a una R32, in un campo coperto di neve).
Finalmente arrivo a un’area di servizio, dove trovo parcheggiate quattro moto coperte da teli di plastica. Parcheggio anch’io, poi entro nel bar dove mi aspetto di trovare i quattro compagni di sventura, ma nel piccolo locale ci sono solo dei camionisti austriaci. Con in mano una tazza di tè bollente che mi restituisce un po’ del calore perduto, contemplo sconsolato la fila di automobili e camion ferma sull’autostrada e capisco che cercare di andare avanti in quelle condizioni è insensato e pericoloso: devo rinunciare.
La decisione di abbandonare i miei propositi elefantiaci, per quanto inevitabile a questo punto, mi crea comunque dei problemi. In primo luogo, anche ammettendo che alle mie spalle la situazione meteorologica non sia peggiorata, fra me e il primo tratto di strada pulita ci sono almeno una ventina di chilometri di neve e ghiaccio; in secondo luogo, per imboccare la carreggiata opposta devo arrivare a uno svincolo, il che vuol dire farsi chissà quanti chilometri di via crucis in fila sotto la neve. Esco dal bar piuttosto avvilito e mi accorgo che i padroni delle moto (fra l’altro un paio sono di Roma) sono comparsi dal nulla e stanno armeggiando con i teloni.
Mi raccontano di essere rimasti bloccati lì dalla neve la sera prima e di aver dormito nell’albergo annesso alla stazione di servizio dell’altra carreggiata. Come me hanno deciso di abbandonare e hanno contrattato con un camionista il trasporto delle moto fino al Brennero per un prezzo in sé piuttosto alto, ma sicuramente inferiore ad un qualunque ricambio per le loro BMW. Non sanno dirmi se ci sia posto anche per me, ma mi indicano il cavalcavia che collega le due aree di servizio (mi ero scordato che qui il pedaggio si paga a forfait e che quindi è permesso passare da una carreggiata all’altra per cambiare il senso di marcia). Vado a dare un’occhiata: la strada è coperta da almeno cinque centimetri di neve, ma è sicuramente meglio che rimettersi in fila fino al prossimo svincolo. In più, è completamente deserta per cui mi offre buone probabilità di sopravvivenza anche in caso di caduta (e cadrò, me lo sento, mi andata troppo bene finora). Torno alla moto, faccio un paio di fotografie a testimonianza dell’ineluttabilità della decisione presa, invio un laconico messaggio SMS: "abbandono, non si va avanti" per notificare la mia decisione (con l’occasione scopro che il freddo rallenta le funzioni del mio cellulare), poi mi rimetto il casco e mi preparo a fare un po’ di sci di fondo.
Sono le 11.15 del 30 Gennaio 1999.
Come speravo, la neve che copre la rampa di accesso al cavalcavia non è gelata e, in più, un attimo prima è passata un’auto che ha scavato dei bei solchi larghi e puliti in cui è facile tenere le ruote. Ripasso mentalmente i consigli ricevuti qualche sera prima, a Roma, da Mauro Elefante (Mauro, Dio ti benedica! N.d.A.) e cerco di applicarli scrupolosamente, scoprendo che il diavolo bianco è meno brutto di quanto me lo immaginassi. Procedo, lento ma insicuro, per tutta la rampa in salita, sopravvivo al tratto sopraelevato e, dopo aver controllato negli specchietti che non soggiungano altre macchine, visto che da lì in poi la vista è impedita dagli alberi coperti di neve al lato della strada e non vorrei che qualcuno mi arrivasse alle spalle senza accorgersene, imbocco la rampa in discesa. Arrivato a metà mi accorgo che negli specchietti il bianco è stato sostituito dal giallo. Non è possibile che sia una macchina: il cavalcavia era del tutto sgombro quando avevo guardato e nemmeno un pilota di rally sarebbe riuscito a percorrerlo tutto nel poco tempo che è trascorso da allora. Controllo meglio e infatti non è una macchina, ma uno spazzaneve e il giallo che ormai riempie la mia visuale posteriore è il colore della sua amichevole pala. Seguono attimi di abietto terrore, anche perché l’idiota alla guida del mezzo non sembra capire che la mia mobilità, in quelle particolari condizioni, è decisamente precaria e seguita a rimanermi alla distanza di sicurezza (di ammazzarmi se scivolo) di un metro. Appena riesco a fermarmi, agli attimi di abietto terrore seguono attimi di abietto linguaggio, con il bradipocefalo che mi fa cenno di scansarmi e io che cerco di fargli capire a gesti che non ho intenzione di suicidarmi perché lui vuole fare il record della pista: il lato della strada che mi indica è coperto da almeno mezzo metro di neve sotto la quale potrebbe nascondersi di tutto, anche un guidatore di spazzaneve austriaco.
Ora, se io fossi stato un maestro Zen, la pacata saggezza della mia dialettica avrebbe convinto l’austriaco della scorrettezza del suo comportamento tanto che, pentito, si sarebbe offerto di diventare mio discepolo e mi avrebbe fatto strada con il suo mezzo fino a Loh, ma essendo io simpatizzante taoista, ho adeguato il mio comportamento al principio del "non forzare" caratteristico di questa filosofia e, con mooolta calma, ho condotto la mia moto fino al lato della strada più distante dall’orrido marchingegno poi, come il capitano Achab, ho lasciato che passasse.
Arrivato, inaspettatamente incolume, all’altra area di servizio, scopro alcune limitazioni del proverbio "Mal comune, mezzo gaudio": ferme in attesa ci saranno almeno una decina di moto e altre ne arrivano con regolarità dall’autostrada, ma questo non migliora minimamente il mio stato d’animo. Mentre i giorni scorsi tutti quelli che avevo incontrato, dai quattro toscani dell’autogrill ai tre bergamaschi della pensione, erano persone dai venticinque ai trentacinque anni di reddito medio-basso (non faccio illazioni, me lo hanno detto loro), che viaggiavano facendo conto unicamente su se stessi e sulla propria moto, mi accorgo adesso di quanto eterogenea possa essere la popolazione elefantiaca: si passa dallo studente con XT stracarica al maturo professionista con BMW ultimo modello e furgone al seguito.
Molti hanno passato quì la notte e il clima è di generale rodimento, così si parla poco. Perlopiù, persa ormai ogni speranza di arrivare al raduno, ognuno dedica le energie rimaste allo studio di una modalità di rientro il più possibile sicura. Alla fine si formano due scuole di pensiero: quella cosiddetta del grande veicolo, che prevede il caricamento della moto su un qualsiasi mezzo avente più di tre ruote e il suo trasporto fino al confine costi quel che costi e quella del piccolo veicolo, che sostiene la fattibilità di un rientro autonomo. Chi scrive simpatizza per i seguaci del grande veicolo, ma avendo fatto anni addietro voto di povertà, aderisce alla seconda scuola e, insieme ad altri fedeli (fratello Harley, fratello Transalp, e fratello K100), si avvia con cautela sulla strada del ritorno. Ritrovatosi per un caso fortuito alla testa della carovana, conserverà questo posto fin oltre il confine, godendo del singolare privilegio di fungere da rilevatore di ghiaccio per i suoi confratelli che - astutamente - lo seguono a debita distanza.
Se fossi un pilota di linea a questo punto potrei fare il seguente annuncio: "Signore e signori buongiorno, qui è il comandante che vi parla. Attualmente siamo in un punto imprecisato a nord di Jenbach, la temperatura esterna è di cinque gradi sotto lo zero e sta nevicando. La nostra velocità è di circa trenta chilometri all’ora e la strada è coperta da roba bianca che può essere indifferentemente neve, sale o ghiaccio. La corsia di emergenza e la segnaletica orizzontale non saranno disponibili fino a primavera e quella patina che vedete sulla visiera del casco è il vapore acqueo del respiro che ghiaccia per il freddo. Tutte le macchine che ci sono passate accanto finora sono riuscite a evitarci, mentre i pullman sembrano avere ancora qualche problema di variazione della traiettoria (o di mira). Il comandante si augura che il vostro soggiorno a bordo non sia confortevole in modo che in futuro ci pensiate un paio di volte prima di imbarcarvi in simili avventure.".
Nonostante pensi sempre più frequentemente a Totò reduce della ritirata di Russia nel film "Letto a tre piazze", il morale è, per ora, inspiegabilmente alto. Dopo un po’ mi accorgo di aver perso il contatto visivo con il resto del gruppo e, temendo che possa essere successo qualcosa (fratello K100 mi è sembrato un po’ insicuro sulla neve e certo la mole della sua RT non lo facilita nella guida) mi fermo sotto il primo ponte ad aspettarli. Mentre faccio un paio di fotografie che spero mia madre non veda mai, arriva fratello Harley, seguito nell’ordine da fratello K100 e da fratello Transalp il quale, avendo famiglia, è il più cauto del gruppo. Fanno delle foto anche loro poi, visto che è giunta l’ora di pranzo, dividiamo da bravi confratelli la cioccolata di fratello Transalp e la mia frutta secca.
Riprendiamo il cammino poco dopo, pur se con i nervi piuttosto scossi dall’inaspettato passaggio di un treno sul ponte che ci dava riparo. Quando finalmente smette di nevicare e la strada ritorna pulita, due moto mi sorpassano in sequenza: la prima è una giapponese che mi sembra di aver già visto da qualche parte (e che attira la mia attenzione per la presenza a bordo di un passeggero con borsa a mano, evidentemente reduce da qualche disavventura); la seconda è fratello K100 che ci abbandona senza un saluto. Ci fermiamo al primo autogrill per mangiare qualcosa di caldo prima di affrontare la lunga tirata fino a Bolzano e qui scopro che i due sulla moto giapponese altri non sono che parte del gruppo di ragazzi toscani con cui ero salito al passo il giorno prima, obbligati ad un ritorno congiunto dopo che uno dei due ha rotto la moto scivolando sul ghiaccio. Malgrado tutto, il clima è di grande allegria e cordialità: sappiamo, da reduci di una sconfitta, che già essere lì a parlarne è un privilegio, anzi, la scena ricorda molto quei film western in cui due cow-boy che si sono casualmente incontrati lungo una pista, qualche tempo dopo si ritrovano altrettanto casualmente in un saloon (sorvolando sul fatto che la conversazione avviene all’interno del bagno dell’autogrill con loro due occupati ad asciugarsi i calzini con l’aria calda dei phon a parete).
Il resto del tragitto fino al Brennero è incolore: dobbiamo sbrigarci a passare prima che venga buio e quindi non possiamo concederci distrazioni. Quando arriviamo al passo, ci sono dieci gradi sotto lo zero, tira un vento gelido e per terra è pieno di neve ghiacciata.
Facciamo una foto ricordo (anche se nessuno ha il coraggio di levarsi il casco), imbocchiamo la discesa verso Bolzano e, almeno per me, comincia la parte peggiore del viaggio.
Sono stanco, comincia a fare buio e non è facile capire in che condizioni sia l’asfalto su cui metto le ruote. In più, mentre in Austria la quantità di neve ai lati della strada lasciava qualche speranza in caso di cadute, qui la neve è poca e il guard-rail incombe. Quando alla fine arriviamo a Bolzano sono a pezzi. Parlo con gli altri due e manifesto la mia intenzione di fermarmi il prima possibile, loro concordano e ci mettiamo alla ricerca di un posto per passare la notte. Stabilito (da loro) che Bolzano è troppo cara, si decide di andare a Merano dove mi sembra di capire che conoscano un buon albergo: "…un nostro amico ci va sempre…".
A questo punto mi è doveroso aprire una parentesi: bambini, voi che siete ancora in tempo, non fate come me che sono ignorante, STUDIATELA LA GEOGRAFIA! Imparerete così (e vi tornerà utile, ve lo assicuro) che Merano dista ben venticinque chilometri da Bolzano e che si trova a nord-ovest di quest’ultima, rappresentando perciò, nel caso dobbiate recarvi a Roma e non a Sondrio, un aggravio di strada di circa cinquanta chilometri (venticinque ad andare, venticinque a tornare).
A Merano, dopo alcuni minuti di vago girovagare apprendo che, sì, un loro amico ci va sempre, ma loro non sanno dove: ottimo. Ci guardiamo intorno: i cartelli dell’azienda autonoma di soggiorno vantano una concentrazione alberghiera da fare invidia a Tenerife, ma si riferiscono evidentemente ad altri periodi dell’anno, perché l’unica pensione che troviamo aperta è gestita da suore e impone il rientro alle dieci e mezza. Mi arrendo: ho visto un albergo all’ingresso del paese e decido che dormirò lì, fosse anche la succursale del Bates Motel; loro cercassero pure di meglio, nel caso sanno dove trovarmi.
L’albergo è nel complesso abbastanza squallido, ma la mia camera, una mansarda con tetto spiovente, non è male: il mobilio è essenziale (un tavolino, un armadio, un letto), ma il bagno ha la doccia ed è pulito. Mi rilasso qualche minuto sotto il getto caldo della doccia, poi scendo a cena. Approfittando del fatto che nella sala da pranzo sono solo, faccio qualche telefonata ad amici e parenti per notificare la mia incolumità e per avere notizie degli altri viaggiatori. Scopro così che quelli che sarebbero dovuti essere i miei compagni di viaggio sono rimasti bloccati a Monaco dalla neve, ma che sono riusciti ad arrivare al raduno con un’auto a noleggio. Tutti gli altri, invece, hanno dovuto abbandonare. Mentre mi accingo a tornare in stanza, la padrona dell’albergo mi chiede se il giorno dopo penso di andare via presto. Rispondo di no, sia perché voglio riposarmi, sia per non rischiare di trovare ghiaccio per strada. "Ah, bene," commenta lei "perché domani è il nostro giorno di chiusura.". Annuisco come se quella fosse una frase che mi sento sempre dire negli alberghi, le auguro una buona notte, poi salgo in camera e chiudo bene a chiave la porta. 

30-01-1999